sabato 15 agosto 2026

UN'ALTRA ITALIA È POSSIBILE. E OGGI VE LA VOGLIO RACCONTARE

di Agostino Sella - In un villaggio del Senegal, dentro un oratorio cattolico gestito da ragazzi musulmani, otto giovani italiani stanno costruendo — con le loro mani — il mondo in cui vorremmo tutti vivere.
È Ferragosto.
E mentre gran parte del Paese è sotto un ombrellone, in barca, o attorno a un tavolo pieno di cose buone, io voglio raccontarvi di un gruppo di ragazzi italiani che quest'estate ha scelto un'altra strada.Non l'aperitivo.
Non la spiaggia.
Non il viaggio da mettere su Instagram.
Hanno scelto diecimila chilometri.
Hanno preso un aereo, hanno cambiato scalo, hanno attraversato la savana, e sono arrivati fino al villaggio di Velingara Pont, nel cuore della regione di Tambacounda, in Senegal.
Una delle regioni più povere del mondo, dove si vive con meno di due dollari al giorno, dove i bambini fanno sei chilometri per andare a prendere l'acqua, dove la scuola è un privilegio, non un diritto.
E lì, in questi giorni, stanno facendo il GREST.
Il GREST.
Come quello delle nostre parrocchie di paese.
Giochi, canti, cerchi, storie, palloni tirati contro un muro sbrecciato, mani sporche di terra rossa, risate che rimbalzano tra i baobab.Solo che qui i bambini si chiamano Mbemba, Djiby, Fatou, Ibrahim.
E per loro, quei ragazzi italiani non sono volontari: sono la prova concreta che il mondo — quel mondo grande che hanno sempre visto solo nelle foto — non li ha dimenticati. Il GREST si svolge in un oratorio che Don Bosco 2000 ha costruito lì, a Velingara, qualche anno fa.
Quell'oratorio, per undici mesi l'anno, è gestito da ragazzi musulmani senegalesi, guidati da Amara.
Ragazzi del villaggio che hanno preso in mano quello spazio come fosse casa loro.
Che ci portano i bambini a giocare, a imparare, a stare insieme.
Che tengono viva ogni giorno una struttura pensata in Italia e realizzata insieme a loro.
Per un mese l'anno, invece, arrivano da noi.
E sono i giorni in cui l'oratorio di Velingara aperto a bambini musulmani, cristiani, animisti, di ogni sfumatura di quella terra straordinaria — diventa il luogo dove il mondo si incontra davvero.
Rileggetelo piano.

Un oratorio salesiano.
Gestito da giovani musulmani.
In un villaggio del Senegal.
Frequentato da bambini di tutte le fedi.
E per un mese all'anno, animato da volontari italiani.
Se qualcuno vi chiede cosa significa "integrazione", "cooperazione", "dialogo", "fratellanza" — voi rispondete: Velingara.
Rispondete: Amara.
E poi tacete, perché non c'è altro da aggiungere.
I nostri volontari a Velingara si chiamano Gaia, Cinzia, Luca, Elena, Rebecca, Noemi, don Marco e don Ciccio.
E dietro a ciascun nome c'è una storia:
Noemi, appena laureata in ingegneria biomedica.
Rebecca, prossima laurea in ingegneria aerospaziale.
Luca, al quinto anno di giurisprudenza.
Elena, insegnante di sostegno.
Don Marco, tra un anno diventerà salesiano.
Don Ciccio, salesiano e cappellano nel carcere minorile di Palermo.
Cinzia, psicologa e psicoterapeuta.
Gaia, studia cooperazione internazionale.

Tra quei nomi ci sono anche mia moglie Cinzia e mia figlia Gaia. Loro ormai partono da otto anni. E io scrivo questo post con l'orgoglio semplice — e un po' commosso — di chi vede le due donne più importanti della sua vita fare, con le proprie mani, quello in cui io credo con la testa e con le parole. Perché è facile scriverne.

È un'altra cosa attraversare deserto e savana per andarci davvero.
Sono partiti con Don Bosco 2000.
Sono la nostra Italia che parte, non quella che alza muri.
Sono la nostra Italia che ascolta, non quella che urla.
E in questo Ferragosto, mentre penso a loro e ad Amara sotto quel sole diverso dal nostro, mi viene voglia di dire una cosa semplice: questa è l'Italia che ci piace.
Non quella dei tweet che parlano di "patriarcato mediterraneo".
Non quella di Piantedosi che festeggia diciassette rimpatri come fossero medaglie olimpiche.
Non quella dei CPR dove le persone si spengono in silenzio.
Non quella che vede l'Africa solo quando l'Africa arriva sulle nostre coste.
L'Italia che ci piace è un'altra.
È l'Italia che si sveglia alle sei del mattino a Velingara perché ci sono bambini di strada che aspettano la colazione.
È l'Italia che porta magliettine e giochi in valigia perché sa che quei giochi diventeranno, per settimane, il cuore di un villaggio.
È l'Italia che non ha paura delle culture diverse, delle lingue diverse, delle religioni diverse — perché ha capito una cosa che tanti fingono di non capire: che siamo esseri umani, prima di essere italiani, senegalesi, cristiani, musulmani, del Nord o del Sud del mondo.
Questi ragazzi ci stanno insegnando qualcosa che nessun programma di partito potrà mai insegnarci.
Ci stanno insegnando che un altro mondo è possibile.
Non come slogan.
Come pratica quotidiana.
Fatta di gesti piccoli, di pazienza, di ascolto, di mani che si toccano senza chiedere prima "da dove vieni?" o "in che Dio credi?".
Ci stanno insegnando che l'integrazione non è una teoria da talk show.
È un oratorio in un villaggio del Senegal, gestito da ragazzi musulmani, dove i bambini giocano insieme senza sapere — e senza doverlo sapere — chi prega dove.
Ci stanno insegnando che la cooperazione non è "aiutarli a casa loro" come frase da campagna elettorale.
È andare, restare, condividere. Sporcarsi le scarpe.
Imparare i nomi.
Fidarsi di Amara per undici mesi l'anno, e affiancarlo per il dodicesimo.
E soprattutto ci stanno insegnando che la speranza esiste.
Anche in un mondo che sembra tornato indietro.
Anche in un'Italia che, negli ultimi anni, ha imparato a guardare l'altro con sospetto invece che con curiosità.
In queste settimane abbiamo scritto molti post duri.
Su Ceuta.
Su Gorée.
Sulla Porta del Non Ritorno.
Sul patriarcato.
Sul silenzio delle nostre generazioni.
Nel giorno di Ferragosto, un post di speranza.
Perché mentre denunciamo — e dobbiamo continuare a denunciare — dobbiamo anche raccontare chi costruisce.

Chi, mentre altri chiudono porti, apre oratori.
Questi ragazzi sono la parte migliore di noi.
Sono la risposta più bella che si potesse dare a chi, in questi giorni, ha scritto che il femminicidio "non esiste", che le donne vanno "protette da un uomo forte", che il patriarcato mediterraneo è un valore.
Sono la risposta più bella a chi rinchiude persone senza reato nei CPR.
Perché mentre l'Italia ufficiale detiene, la nostra Italia — quella vera, quella dei ragazzi di Velingara — incontra.
Questa è l'Italia che, un giorno, prenderà il posto di quella che oggi grida e chiude e disprezza.
Questa è l'Italia che, nonostante tutto, non ha smesso di credere che la fratellanza non sia una parola ingenua, ma il fondamento stesso di ogni civiltà degna di questo nome.
Buon Ferragosto a tutti.
E soprattutto: buon Ferragosto ai nostri ragazzi a Velingara.

Agostino Sella
15 agosto 2026

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