domenica 16 agosto 2026

GLI SCHIAVI ANTICHI E I NEGRIERI MODERNI

di Torquato Cardilli - Considerare un essere umano proprietà privata di un altro uomo, suo prigioniero a vita, senza alcun diritto è la definizione della schiavitù. Istituto esistente sin dalla più remota antichità, di cui ci parla persino la Bibbia: Dio permise al suo popolo di avere degli schiavi (Genesi 14:14, 15).

In Mesopotamia, Asia minore, Impero persiano achemenide e sasanide, Antico Egitto, Grecia, Impero romano era considerato legittimo, in base alla legge della forza bruta, ridurre in schiavitù il prigioniero di guerra o il povero debitore, da utilizzare come forza lavoro senza salario, fondamentale per lo sviluppo e il benessere del padrone.

L’avvento del cristianesimo, nonostante i principi di fratellanza, non mutò la condizione degli schiavi (Gesù non vietò la schiavitù, e San Tommaso d’Aquino, la giustificò come elemento dell'ordine sociale). Stessa tolleranza verso la schiavitù si ritrova nell’Islam: il Corano non abolì la schiavitù, anche se, riconoscendone l’esistenza, considerava la liberazione dello schiavo come un atto di pietà.

La Chiesa cattolica, con un ritardo di 800 anni sull’Islam, solo nel tardo Medio Evo, favorì la liberazione degli schiavi come opera pia. Ciò nonostante tra il XVI e il XIX secolo, durante la colonizzazione del Nuovo Mondo, governanti e avventurieri cristiani (spagnoli, portoghesi, olandesi, inglesi, francesi) sfruttarono la tratta degli schiavi (dai 9 ai 12 milioni di esseri umani) deportati in catene dall’Africa nel nuovo continente, bisognoso di mano d’opera nelle piantagioni al minor costo possibile. I negrieri trasportavano gli schiavi (uomini, donne e bambini) dopo averli acquistati dagli stessi capi tribù o capi clan africani avidi di denaro, per consegnarli ai mercanti locali, i caporali dell’epoca, che li selezionavano per età, capacità lavorativa, sesso, stato di salute prima di rivenderli ai futuri padroni con diritto di vita e di morte.

Oggi sta per accadere il contrario.

I componenti del Consiglio dell’UE, che pretendono di rappresentare 450 milioni di europei disconoscendone i bisogni e le difficoltà, passano il loro tempo in continui e inconcludenti vertici. Essi sono gli eredi degli schiavisti di un tempo, ed ora vorrebbero infliggere agli immigrati che hanno preferito accettare la galera, le torture, i pericoli del deserto e del mare pur di fuggire da persecuzione, guerra e miseria nera, la stessa sofferenza ed umiliazione dei loro progenitori. Stanno ipotizzando di creare centri di raccolta nei paesi africani, per restituire i poveri disgraziati, trattati alla stregua di rifiuti umani, ai capi di quei Governi pronti a ricevere un alto compenso monetario per accoglierli. Ma questi centri saranno veri campi di concentramento disumani, dato che è puramente illusorio pensare che uno stato africano sia capace di riportare a casa sua, in Africa o nel Sud est asiatico, un solo emigrante.

La giustificazione assurda per questa operazione negriera alla rovescia è la sicurezza nazionale per prevenire infiltrazioni di terroristi, valida per distrarre la popolazione dai problemi economici quotidiani, utile a farle ingoiare il dissanguamento finanziario del bilancio per sovvenzionare la guerra in Ucraina e per liberarsi dal peso sulla coscienza per non aver fatto nulla contro le nefandezze di Israele a Gaza e Cisgiordania e dell’America in Iran.

A nulla vale il ricordo che, nell’Ottocento e nel Novecento, gli emigranti in cerca di fortuna e di una vita migliore erano milioni di italiani, irlandesi, polacchi, tedeschi, scozzesi. In questa crociata contro l’immigrazione clandestina, Meloni, ancorata alla linea dura del sovranismo trumpiano con il mantello patriottico, ha avuto la bella idea di chiudere Schengen contro la Spagna dopo i fatti di Ceuta. Mossa quanto mai azzardata e controproducente: la Spagna ha risposto con una ritorsione contro la quale non possiamo fare più nulla.

A rinforzare l’effetto boomerang, Meloni ha partorito imprudentemente un’altra grande idea: unirsi al primo ministro danese Frederiksen, come alleata di ferro, per presentare congiuntamente alla Commissione europea la richiesta della realizzazione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi, al di fuori dall’UE. E quali sarebbero questi paesi terzi? Per il momento sono state fatte solo delle ipotesi (Uganda, Congo, Burundi, Nigeria, Ghana, tutti paesi democratici s’intende!) senza una base di negoziato concreto, ma tanto basta per sfruttare la cosa ai fini elettorali e mostrare un sovranismo assoluto. La Commissione europea ha visto nella proposta l’occasione per liberarsi dal piagnisteo italiano su ogni afflusso di migranti, che richiede sempre la loro redistribuzione in Europa. A Bruxelles non sono contrari all’idea dei centri. Se l’Italia vuole replicare l’esperienza fatta in Albania è liberissima di farlo.

Meloni, alleandosi con chi si è sempre opposto agli aiuti verso l’Italia, che ha sofferto maggiormente la pressione dei flussi migratori, si è legata mani e piedi all’intransigenza dei paesi nordici. Un primo assaggio di ostilità ci è venuto, dalla Germania. Il cancelliere Merz, ha sfruttato la nostra chiusura di Schengen contro la Spagna, e nel timore di perdere le elezioni del prossimo settembre in Sassonia a vantaggio dell’estrema destra di AFD, ha chiesto l’applicazione immediata e integrale del nuovo patto per la migrazione secondo cui l’Italia deve riprendersi i migranti sbarcati nel nostro Paese.

Come noto Meloni era riuscita ad ottenere un successo ottenendo dall’Europa il nuovo patto per l’immigrazione, entrato in vigore il 12 giugno, che azzerava le irregolarità pregresse, ma che prevedeva una linea dura sul respingimento nel paese di primo approdo dei migranti entrati in Europa dopo quella data. E ora Merz ricorda all’Italia che gli accordi sottoscritti proprio da Meloni prevedono la reintroduzione delle clausole di Dublino a partire dal giugno scorso e ci chiede di riprenderci gli irregolari.

Il nostro Governo, con una visione puramente mercantile, per accettare di riprendersi gli immigrati irregolari arrivati dopo il 12 giugno, chiede una compensazione in relazione ai migranti sbarcati da natanti di Ong con bandiera tedesca. Impostazione puramente propagandistica dall’effetto concreto nullo dato che la UE sin dal 15 luglio elogiando Grecia e Spagna ha rimproverato il nostro governo di non aver fatto nulla per attuare le norme sul rientro dei “dublinanti”. Dall’entrata in vigore del patto infatti è stato chiesto all’Italia di riprendersi 12 immigrati con la reprimenda della Commissione secondo cui uno stato membro non può rifiutarsi sine die di accogliere un irregolare, senza indicare una data precisa per ottemperare all’obbligo.

Quanto ai centri di raccolta in Africa l’Italia vorrebbe che fossero creati a spese dell’UE, ma i paesi nordici sono contrari a una maggiore spesa europea, con la subordinata che ove fossero stanziati fondi comunitari per il loro allestimento, dovrebbero essere tagliati i finanziamenti per la coesione, di cui beneficiano Italia e Spagna. Insomma la decisione politica adottata con la mentalità da questurino dopo la crisi di Ceuta ha innescato un processo di contrasti intra europei e per Meloni è sempre più difficile uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata.

Torquato Cardilli
16 agosto 2026

Nessun commento:

Posta un commento