mercoledì 21 ottobre 2026

LA MISURA È COLMA

di Torquato Cardilli - Agli increduli sulle qualità istrioniche e sulle attitudini da autocrate di Trump, non è bastato l’assalto armato al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021, dopo un suo incendiario discorso sui presunti brogli di Biden. Non è bastato il tradimento fatto agli alleati quando, a loro insaputa, negoziava di nascosto con i Talebani per l’abbandono dell’Afghanistan. Non sono bastati i continui bombardamenti contro l’Iran e le minacce di guerra economica contro tutti soprattutto contro gli europei, definiti parassiti. Non è bastato il ricatto dell’imposizione all’UE delle sanzioni alla Russia, né l’obbligo ad acquistare gas e petrolio americano a un prezzo quadruplo, né la costrizione ad assumersi per intero l’onere finanziario e militare della guerra in Ucraina. Non è bastata la volontà di mettere in ginocchio l’UE, i cui leader, Meloni compresa, che si vantava di un rapporto privilegiato, si sono sottoposti all’umiliazione dell’accettazione delle sue condizioni capestro, accompagnate da turpiloquio, dei super dazi e dell’aumento delle spese per le armi del 5% del PIL, da comprare ovviamente in America. Non sono bastati i ripetuti atteggiamenti di volgarità e le violazioni delle regole del diritto internazionale per capire che li avrebbe condotti tutti in un baratro.

La maschera dell’uomo più potente, del paese più armato, della repubblica democratica più antica, che intende ergersi a giustiziere del mondo in barba alle convenzioni e al multilateralismo, che è l’unica garanzia per la pace, è caduta definitivamente in occasione dell’assegnazione alla giurista sudafricana della Corte Penale, Navanethem Pillay del massimo riconoscimento internazionale. Si è sentito derubato per la seconda volta del premio Nobel per la pace, suo antico pallino, al quale era stato candidato formalmente dal suo compare alleato di guerra di aggressione Netanyahu, e in modo pubblico (addirittura in Parlamento) dall’adorante Meloni, seguita dai due valletti a lingua fuori Tajani e Salvini, quest’ultimo sempre pronto a sproloquiare su tutto.
Si tratta di un personaggio mercuriale, erratico, confuso, contraddittorio, affetto da un ipertrofico narcisismo di autoglorificazione, che pretende di essere l’Unto del Signore, ossessionato dall’obiettivo di reincarnare “l’état c’est moi” di Luigi XIV senza averne la cultura e l’educazione.
Sfrutta il potere per accumulare fortune, favorendo gli affari della famiglia e dei suoi amici, speculando a suon di miliardi di dollari sull'altalena della borsa, sensibile alle sue dichiarazioni di guerra o di pace.
Senza nessuna remora, come se si trattasse di un videogioco, manifesta ambizioni imperiali, ridisegna la carta geografica del mappamondo, manifesta il suo esplicito progetto di distruggere le istituzioni internazionali che regolano l’umanità, per far prevalere la legge della giungla quella del più forte, e scatena guerre di aggressione calpestando il diritto internazionale.

La decisione del Comitato norvegese del Nobel ha ferito in modo sanguinoso il suo orgoglio smisurato inducendolo alla reazione folle e velleitaria della vendetta non solo contro la Norvegia, ma anche contro la stessa Corte Penale Internazionale, definita Tribunale canaglia, con sanzioni secondarie per gli Stati che si opporranno al suo volere.
Le sue parole contro il Comitato per il Nobel “…si è coperto di vergogna premiando una nemica degli Stati Uniti e di Israele, che è dalla parte dei terroristi di Hamas, che non ha alcuna credibilità e rappresenta un ostacolo per la pace…” sono tipiche di un esaltato che ha perso la percezione del limite della decenza e della sopportazione delle sue mattane. Non ha solo manifestato un’inammissibile critica, ma ha dimostrato un delittuoso proposito di vendetta.
Con un gesto clamoroso di ostilità, gravissimo per un membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha decretato le sanzioni alla Corte Penale Internazionale.
Il valletto di casa sua, Rubio, senza perdere tempo, ha aggiunto di aver inserito la CPI, con tutti i suoi componenti, nelle liste di proscrizione dell’Agenzia OFAC (Office of Foreign Assets Control) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti che vigila e fa rispettare con ogni mezzo le sanzioni economiche e commerciali stabilite dal potere politico.
Che significa in concreto imporre queste sanzioni? Conti bancari bloccati in tutto il mondo con divieto delle transazioni swift, impossibilità di ricevere i finanziamenti degli Stati membri, ma anche pagare gli stipendi e le pensioni, le assicurazioni, gli affitti, le utenze, i servizi di telecomunicazione, cloud e software, e garantire il funzionamento delle sue strutture. Le sanzioni, che riguardano anche il congelamento dei beni della CPI negli Stati Uniti, scatteranno il 7 aprile 2027 (dopo sei mesi di grazia concessi alle imprese e ai cittadini americani di interrompere ogni rapporto commerciale con la Corte). Le banche e le imprese internazionali che assisteranno la CPI dopo questa data si esporranno al rischio delle sanzioni secondarie.

La Corte da parte sua aveva già preso alcune precauzioni per mettersi al riparo dell’offensiva trumpiana, iniziata da quando è stato emesso il mandato di cattura contro Netanyahu, come quella di abbandonare tutto il pacchetto del sistema Microsoft optando per OpenDesk, piattaforma software tedesca, pagare con molti mesi di anticipo gli stipendi allo staff, delocalizzare all’Aja da New York l’Assemblea degli Stati membri, prevista dal 30 novembre al 7 dicembre. Decisioni prese avendo già chiara l’ostilità americana, ancor prima di essere inserita nella lista dei cattivi dell’OFAC: infatti l’assicurazione francese AXA ha interrotto il rapporto di copertura del personale della CPI, plausibilmente per il timore di esporsi al rischio delle sanzioni americane in assenza di una reale protezione europea.
La Corte Penale Internazionale con i suoi stati membri ha respinto le sanzioni, definendole un attacco allo Stato di diritto.
L’Italia, che, va ricordato, ha una responsabilità in più perché la CPI è stata istituita nel 1988 con il trattato di Roma, insieme ad altri sette paesi di cui 5 membri del G7 (Canada, Danimarca, Francia, Germania, Giappone) il 9 ottobre ha firmato una dichiarazione congiunta per esprimere sostegno alla Corte Penale Internazionale e biasimare le sanzioni annunciate dagli Stati Uniti.

Da parte sua l’UE si è associata alla condanna delle sanzioni americane, definite deplorevoli, e si prepara con lentezza a valutare possibili contromisure a difesa dell'autonomia della CPI.
Gli Usa da tempo avevano invitato i 125 paesi membri a ritirarsi dalla CPI contestando alla Corte la sua indagine sui crimini dei militari americani in Afghanistan e i mandati di arresto emessi nei confronti di Yoav Gallant e Benjamin Netanyahu, definiti criminali di guerra.
Questi amici di Trump, compari nella devastazione di Gaza e nei bombardamenti contro il Libano e l’Iran, ora esultano per la decisione americana contro la CPI.
Per Netanyahu il Comitato per il Nobel si è macchiato di antisemitismo per aver premiato la giudice Pillay “…che ha diffuso la demonizzazione degli ebrei ed ha costruito la sua carriera inventando e diffondendo libelli di sangue contro lo Stato ebraico”.
Il Governo italiano, non senza qualche mal di pancia nella maggioranza per le sue note divergenze con la Corte in merito al caso al Masri, ha dovuto smarcarsi a malincuore da Washington, anche se gli imprudenti vicepremier Tajani e Salvini si sono lasciati andare a dichiarare che andrebbe aperta un’inchiesta contro i giudici della Corte.

Chi non abbia un orizzonte politico limitato come Meloni, che sperava di premiare Trump, o come Salvini che aveva depositato alla Camera una mozione per sostenerlo, o come Tajani che un anno fa spiegava in tv che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, dovrebbe concludere che la misura è colma, che è arrivato il momento di trattare alla pari, di svegliare l'Europa perché faccia capire agli Stati Uniti che non sono i patroni del mondo.

Torquato Cardilli

21 ottobre 2026

1 commento: