venerdì 20 marzo 2026

È MORTO IL SENATÙR

di Domenico Spatola - Fondò la Lega Nord. Polarizzando su un partito fondamentalmente secessionista tutta la sua rabbia per il restante dell'Italia che non fosse la Padania. Rinnegò anche l'inno di Mameli, proponendo per la regione di sua invenzione, il "Va' pensiero" del Nabucco di Verdi. Origini celtiche millantava, e suo simbolo, con Alberto da Giussano sguainante la spada, adottò anche la croce celtica. Pontida fu il suo teatro come il Po il dio da adorare, attingendo, da suo sacerdote, l'ampolla alla sorgente per sversarla a Venezia nell'Adriatico. Un visionario che iniziò gli Italiani al suo politichese con linguaggio spesso scurrile, ma funzionante all'ideologia del "celodurismo". 

Fu l'alleato del brianzolo nel primo governo Berlusconi, che tuttavia fece egli stesso naufragare, meritandosi dal più illustre alleato il titolo di "traditore". Ritornati tuttavia affiatati nei successivi governi, con l'intento, più o meno dichiarato di un patto scellerato per la Padania libera. Ma come in tutte le cose umane, il suo pensiero disgregatore non convenne se non ai montanari che trattavano gli altri da "terrùn". Il movimento da lui diretto, in più occasioni gli sfuggì di mano e i suoi spinsero anche oltre l'ideologia secessionista, quando a Venezia si inventarono il carro armato per la insurrezione. Tutti arrestati. Bossi fu tuttavia una pulce che svegliò sentimenti che parevano sbiaditi di italianità, con rigurgiti efficaci per recuperare valori di Unità e anche la Lega, per calcoli, dovette ammorbidire atteggiamenti da finire votato vergognosamente anche in paesi del Meridione d'Italia. 
Nel frattempo su Bossi e famiglia si erano addensate nubi legittime ma a loro ostili per illeciti in denaro e per il Trota, il figlio laureato in Albania senza mai averci messo piede. Si comprese che tanto turgore era funzionale a tasca e a prestigio e non fu difficile rimpiazzarlo dai suoi elettori, soprattutto dopo la paralisi che ne aveva parecchio limitate le funzionalità.
 Allora sì, provai anch'io compassione, per un uomo... non più "celodurista", ma piegato perché piagato dalla sofferenza, che ne bloccò funzioni e ideologia. Salvini ne colse il testimone, ma non sempre i figli sono migliori dei padri.

Frà Domenico Spatola
20 marzo 2026

5 commenti:

  1. Tutti i necrologi lo dipingono come un grande politico, il presidente Mattarella lo ha definito " sincero democratico", Bersani dice che è stato l'unico avversario politico a cui era affezionato e uno dei pochi a cui portava rispetto. Io sono agli antipodi, anche se la mia opinione non vale niente.

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  2. R.I.P. comunque, ma mai ammirato.

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  3. Riccardo Giannuzzi Savelli20 marzo 2026 alle ore 19:48

    Ogni volta che in Italia muore un politico, parte il rito. Il copione lo conosciamo a memoria: il lutto, i "grande statista", i "padre della", i "ha cambiato il Paese".
    Tutto vero, tutto falso, tutto irrilevante.
    Perché il punto non è se Bossi abbia cambiato il Paese.
    Il punto è COME.
    Nessuno avrebbe voluto la sua morte. Ci mancherebbe. E il cordoglio umano è sacrosanto: per la sua famiglia, per chi gli ha voluto bene, per la fine di una vita. Questo non si discute.
    Ma la beatificazione no. Quella si discute.
    Perché quello che sta accadendo in queste ore è il solito, collaudatissimo meccanismo italiano per cui la morte cancella il curriculum. E improvvisamente un uomo che ha costruito la sua intera carriera sull'odio diventa un "sincero democratico", un "grande interprete del malessere popolare", un "visionario del federalismo".
    Bene. Allora facciamo un esercizio di memoria. Perché la memoria, in Italia, è sempre il primo diritto che viene revocato.
    Umberto Bossi è l'uomo che disse: "Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il cu*o". E lo ripeteva. A una donna che aveva esposto la bandiera alla finestra urlò: "Il tricolore lo metta nel cesso, signora".
    È l'uomo che alzò il dito medio durante l'Inno di Mameli. Che per vent'anni sostituì l'inno nazionale con il Va' pensiero ai suoi raduni. Che definì le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia "cose inutili e retoriche".
    È l'uomo che chiamò il Presidente della Repubblica "terùn" e per questo fu condannato in via definitiva dalla Cassazione per vilipendio al Capo dello Stato con aggravante di discriminazione razziale.
    È l'uomo che costruì un intero movimento politico sul razzismo anti-meridionale. "I meridionali hanno in mano lo Stato", "i partiti sono lo strumento attraverso cui i meridionali gestiscono lo Stato", "aiutiamo il Sud sennò straripano e vengono qui, è un po' come l'Africa", "le case si danno prima ai lombardi e non al primo bingo bongo che arriva".
    Segue...

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  4. Riccardo Giannuzzi Savelli20 marzo 2026 alle ore 19:51

    (2) È l'uomo che sugli immigrati disse: "Marina e Finanza dovranno usare il cannone. O con le buone o con le cattive i clandestini vanno cacciati".
    È l'uomo che per decenni minacciò la secessione armata: "Le pallottole costano 300 lire", "si va al voto oppure facciamo la rivoluzione, ci mancano un po' di armi ma le troviamo", "avremo tutti il mitragliatore in mano e sarà un piacere portarmene un po' all'altro mondo".
    È l'uomo che dichiarò l'indipendenza della Padania. Che creò le Camicie Verdi, un'organizzazione paramilitare. Il cui comandante raccontò ai magistrati: "Bossi mi telefonò per chiedermi se eravamo pronti a sparare contro i carabinieri. Gli risposi che era matto".
    È l'uomo che diceva: "Non conosco la parola gay, io li chiamo culatt*ni". Che sulla bocciatura dell'aggravante per omofobia commentò: "Meno male, tutti sperano di avere figli che stanno dalla parte giusta". Che a una parlamentare urlò da un palco: "Ehi Boniver, bonazza, la Lega è sempre armata, ma di manico!".
    È l'uomo il cui tesoriere comprò diamanti e lingotti d'oro con i rimborsi elettorali del partito. Quarantanove milioni di euro. Il cui figlio, dopo tre bocciature al liceo, si laureò in Albania superando 29 esami in un anno senza frequentare una lezione, pagato con fondi pubblici del partito. A cui fu comprata un'Audi da 48mila euro, pagata una scorta privata da 251mila euro, saldata una rinoplastica per l'altro figlio. Tutto con i soldi della Lega. Che erano soldi nostri.
    Questo è il curriculum.
    Ma in Italia funziona così. Si muore e si rinasce santi. Il curriculum diventa agiografia. Le condanne diventano aneddoti. E chi prova a ricordare i fatti viene accusato di cattivo gusto, di sciacallaggio, di mancanza di rispetto.
    Ma il cattivo gusto non è ricordare: il cattivo gusto è dimenticare.
    Dimenticare è il vero insulto. Non a Bossi. Ai milioni di persone che Bossi ha offeso, minacciato, disumanizzato per trent'anni da ogni palco d'Italia.
    Riposi in pace Umberto Bossi. Il cordoglio alla sua famiglia è sincero.
    Ma la verità non si seppellisce con i morti. La verità resta. E va detta.
    Soprattutto quando tutti fanno finta di non ricordare.

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    1. Carissimo Riccardo, hai scritto un pezzo memorabile. Un commento che rappresenta una sintesi perfetta e completa di un sistema che facilmente dimentica. E dimentica anche le opere sicuramente negative e le azioni gravi che un personaggio come Umberto Bossi e i suoi seguaci ha fatto in Italia. Ma ciò che fa pure venire i brividi è la facilità con la quale tantissimi siciliani si sono lasciati abbagliare da questi insulsi personaggi votando la lega! Una indicibile vergogna.

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