domenica 18 novembre 2018

L'ASCENSORE SOCIALE

ascensore socialedi Carlo Mocera - Erano stati anni duri quelli passati sui libri ma, adesso, con una laurea in tasca sapeva che sarebbe cominciata la riscossa. O, meglio, la rivalsa. Anni passati ad accampare scuse per sottrarsi ad inviti che implicavano abiti decenti - se non alla moda - e denaro che non aveva perché investito su libri e dispense. Occasioni mancate di conoscenze e di distrazioni, privazione di quei momenti topici di un lustro carico di novità e ricco di avvenimenti.

Tutti vissuti alla finestra, quella senza ante, il suo televisore. L'unico punto dal quale seguire gli avvenimenti e pronosticarne gli sviluppi. Unici inviti a cena accettati: quelli programmati in pizzeria.

Ma, finalmente, tutto questo era alle spalle e un mondo nuovo si apriva al suo sguardo. Un lavoro decente, un reddito dignitoso e una vita... che meritasse di essere vissuta.

Questi pensieri si sviluppavano nella sua testa mentre sciacquava le ultime stoviglie nella pizzeria che lo aveva assunto in prova per tre mesi. Sapeva che era un occupazione temporanea che gli consentiva di sopravvivere in quella città così piena di sogni e speranze e così vuota di opportunità.

call_center_148Certo, non poteva essere per sempre. Lo credeva con tutta la sua forza. Anche se l'anno precedente lo aveva visto passare da un call center per quattro mesi e da uno stage in una grande azienda multinazionale. Dal primo sapeva che prima o poi sarebbero arrivati i 1.600 euro che si era fatto anticipare da un amico che negli ultimi 6 anni lo aveva soccorso più volte. Ma ogni volta che andava in amministrazione si sentiva dire che i mandati avevano subito dei ritardi ma che, in poche settimane, tutto si sarebbe risolto. E lui avrebbe saldato il suo debito.

Dello stage, a parte due righe servite a allungare il suo curriculum, non si aspettava niente: era uno stage gratuito. Ma, assicuravano un po’ tutti, prodromico a chiamate sicure da parte di grosse aziende in giro per l'Italia.

Aveva tentato pure di dedicare del tempo alla segreteria di un Movimento politico che stava decollando in quegli anni ma, quando esploso in un fragoroso successo elettorale, si accorse che si era tramutato in uno stipendificio per parenti e amici degli eletti. E lui non era né l'uno, né l'altro. Eppure aveva speso anche i soldi dei mezzi pubblici per seguire i vari candidati e per affiggerne i manifesti.

E anche quei soldi non erano mai stati rimborsati.

centro-impiegoTutto questo scorreva davanti i suoi occhi come un film in bianco e nero triste e sfocato. La sua anima in quei momenti era sospesa tra la delusione e la resa. Lo sorreggevano solo le parole del padre quando, tornando al paese, si trovavano nell'orto a controllare la vigna e a preparare il terreno per le nuove semine. Erano parole di conforto di speranza ma lui si accorgeva che via via diventavano sempre più leggere, meno forti, meno pregnanti e si trovava a calare il capo con segni di assenso sempre più scevri di entusiasmo.

Passavano veloci quei due giorni e si ritrovava nella grande indifferente città.

E in poche ore vedeva sgonfiarsi la carica che era stata compagna del viaggio di ritorno. In questo contesto diventò importante un filo che gli si era presentato che tratteneva l'aquilone della speranza: un invito a partecipare a uno studio preparatorio per una class action di un gruppo di gabbati della politica. La sua preparazione sui diritti dei lavoratori a termine era conosciuta dai suoi colleghi e si trovò a reggere quel filo di aquilone colorato che appariva molto alto nel cielo della sua vita.

Accettò, forse, più la piccola somma anticipatagli che non l'incarico nel suo insieme. Ma era la sua unica speranza.

Vi dedicò notti e giorni interi e, alla fine, lo studio legale che aveva commissionato la ricerca pagò e si ritrovo un piccolo gruzzolo e il suo nome insieme a quello di altri quattro colleghi in cima alla pubblicazione.

wealthandpovertyMa non era solo il denaro che aveva avuto da quella esperienza: s'era ritrovato a lavorare spalla a spalla con una ragazza che subito lo aveva affascinato e che adesso, dopo settimane di frequentazione, si era scoperto d'amare. Pian pianino cominciò a frequentare la casa paterna dove aveva scoperto la serenità di una vita al sicuro da problemi economici. Era stato facile per il padre di Olga sistemarlo nel patronato che sovrintendeva. E in pochi mesi si trovò con uno stipendio sicuro e la certezza di incarichi e consulenze extra che gli garantivano il superfluo. Da queste premesse era chiaro che sarebbe scaturito un matrimonio felice.

Negli anni vennero i figli e le piccole e grandi preoccupazioni. La vita scorreva e, prima al circolo del tennis e poi al club nautico dove, nel frattempo s'era iscritto, le amicizie aumentavano. Il rispetto cresceva. Venne la casa presa col mutuo e poi la vendita per una più esclusiva. L'auto nel frattempo era cambiata più volte e, adesso, era un SUV.

Il suo guardaroba illustrava il suo status. I suoi figli crescevano. La vita sorrideva.

Un giorno a cena il suo figlio maggiore raccontò che, in facoltà, avevano più volte invitato un collega che da tempo accampava scuse ridicole per rifiutare sistematicamente gli inviti. E dicendolo sorrideva mentre, alla fine, aggiungeva: “va bene essere proletari ma perché essere così scostanti e spocchiosi?”

Marco s'era trovato impedito a fermare la sberla che era partita e suo figlio ne rimase sconvolto. Sul tavolo da pranzo era calata una cappa di ghiaccio.

Marco informò, risoluto, che la domenica successiva sarebbero andati a trovare il nonno e a visitare il suo orto e la vigna.

Nessuno comprese il nesso.

Carlo MoceraCarlo Mocera
18 Novembre 2018

15 commenti:

  1. Vannuccio Zanella18 novembre 2018 16:44

    e ce ne sono tanti di nessi.... ma forse se il figlio ad un certo fa una domanda del genere credo che due sberle al padre qualcuno gliele dovrebbe dare: perché non e' riuscito a insegnarli un fondamentale, ovvero che non si giudica sempre e solo dalle apparenze.

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  2. Ben vengano i terreni in affitto! I giovani devono capire che, l'agricoltura è la base della vita, tanto più che per mandare avanti un'azienda agricola, oggi giorno c'e bisogno di una laureain ingegneria agricola. Sono uscita un po fuori tema, ma ci tenevo a far presente che con solo dottori, avvocati e architetti... nun se magna!!! ltrimenti a tutti questi dottori e architetti e montati di cervello, dovremo dare da mangiare insetti, anzi no nemmeno quelli potremo dar loro, visto che la EU da 250 a ettaro per mantenere il terreno non coltivato pulito, non avremo più nemmeno quelli. Senza agricoltura niente insetti, senza insetti niente agricoltura, senza insetti e agricoltura niente vita. Sono uscita un po fuori tema ma ci tenevo a far presente che solo con dottori, manager e teste montate non si puó esistere.

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  3. Silvana Arrichiello18 novembre 2018 17:10

    vero ma, almeno, non ha dimenticato. Ce ne sono tanti che "avrebbero riso" con il figlio

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  4. Vannuccio Zanella18 novembre 2018 17:12

    Silvana, non e' sufficiente NON aver dimenticato, almeno dal mio punto di vista. Significa non aver capito la lezione e ricordarsene solo quando e' troppo tardi. Mentre educava il figlio cosa faceva? gli comprava l'Ipad che lui non aveva mai potuto permettersi per farlo stare buono?

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  5. Complimenti per l'articolo.

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  6. Questa storia è un film ben troppo conosciuto, che viene rivissuto quasi ad ogni passaggio generazionale e tristemente percorso da figli, per i quali, le esperienze dei padri, rimangono inutili vissuti, fino a quando è il proprio naso a sbattere contro un muro abrasivo. Solo allora diventano improvvisamente grandi lezioni di vita ed a volte non è neppure il è sufficiente.

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  7. Marianna Palisano18 novembre 2018 17:38

    Magari il figlio non conosceva il passato del padre...la sberla ci stava però...

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    1. Vannuccio Zanella18 novembre 2018 17:40

      Marianna, ...e allora a cosa serve un padre se non a trasmettere una sua esperienza? Il famoso nonno sul campo mi sembra che l'avesse fatto o sbaglio?

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  8. La mia opinione, al di là di ogni credo politico, non può che condividere la dettagliata sequenza temporale messa in campo dall’autore Carlo Mocera. Credo sia impossibile non compredere che esista un nesso logico in questo articolo, seppure descritto con una sequenza temporale pari ad un componimento di letteratura epica. Tuttavia se guardiamo con occhi attenti, le attuali criticità che attraversano longitudinalmente le classi dell’attuale società moderna, nella sua parte economia e sociale, è facile sovrapporla perfettamente alla descizione dell’autore. Certo…. che sussiste questo nesso al di là delle chiacchiere che ognuno possa mettere in campo a proprio uso e consumo che spesso ci raccontiamo l’un l’altro, per quella crisi che ha fatto sprofondare in un abisso, non solo l’Italia, ma lintera storia del mondo, attraverso l’attuazione di una globalizzazione non utile per tutti. E’ abbastanza palese che non è sufficiente affidarsi solo alla nostra buona volontà, per dare una dignità alla nostra esistenza, sino a quando si contrappone, (a questa volontà), l’insostenibilità di un tessuto connettivo che solo una politica sana, può mettere in campo. Sono convinto, che nemmeno l’esperienza di un padre possa essere utile a cambiare il corso degli eventi.

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  9. Tutti noi siamo condizionati dal nostro passato, sia chi tende a rimuoverlo, sia chi lo ricorda spesso!
    Ci vuole la "giusta dose" di memoria, per raggiungere la saggezza e l'equilibrio interiore nel corso della vita, quando si eccede si rimane prigionieri del passato, quando è insufficiente saremo prigionieri del futuro!

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  10. Francesco Salvatore19 novembre 2018 08:46

    Una lettura che offre molti spunti di riflessione su come le esperienze dei padri devono costituire i pilastri dell'educazione dei figli, è quello il modo in cui una famiglia di caratterizza riducendo la possibilità che i figli possano essere esposti senza difese alle derive dell'ambiente esterno alla famiglie.

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  11. Bravissimo Carlo.Un componimento che offre lo spunto a tante riflessioni sui sacrifici,le delusioni,le speranze,la gavetta di chi voglia realizzare i suoi sogni.Lo scontro con una realtà effimera che ti pretende in una certa maniera e il respingimento di regole prefissate da una società ipocrita a circolo chiuso per eletti con vestitino,giacca e cravatta.Il riscatto sociale che non fa dimenticare da dove sei partito,compresi i valori e gli affetti della famiglia.I corsi e i ricorsi della vita...un figlio che,nato nel benessere,si trova lontano anni luce da chi si autoemargina da quella stessa società per gli stessi motivi per cui il padre si è emarginato prima di salire la scala del riscatto sociale,giudicandolo addirittura "spocchioso".Il ritorno ai valori tradizionali e alle origini è a questo punto necessario per capire il senso più nobile della vita.Mai dimenticare quei valori.....
    Complimenti

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  12. L’epilogo del racconto di Carlo Mocera ci porta a pensare che il protagonista, nella lenta e faticosa ascesa sociale, abbia perso di vista il suo punto di partenza: l’orto e la vigna del padre, ovvero l’origine contadina. La sberla che vola verso il figlio la si potrebbe interpretare come un risveglio di qualcosa che, dentro di lui, si era sopito. La decisione di andare a trovare suo padre, il nonno dei suoi figli, era più importante per lui. Dei familiari “nessuno comprese il nesso” ma in lui si era aperta la valvola della memoria: quella della sua umile e dignitosa origine che lo avrebbe dovuto accompagnare nel cammino della conquista di una posizione sociale diversa. Contemporaneamente avrebbe dovuto trasmettere altri valori ai suoi figli. I valori che avrebbero, malgrado la diversità sociale, portato il figlio a non vedere nel compagno di facoltà un diverso. Vengo da una famiglia contadina nella quale ho trascorso i migliori anni della mia vita. I sacrifici erano bilanciati dalla gioia di stare assieme nell’umile e accogliente dimora. Quando ho espresso il desiderio di studiare, mio padre mi disse: “Fai bene perché io non ho nulla da darti, se studi la mia zappa rimarrà in un angolo”. Studiare ha comportato tanti sacrifici personali e familiari. Avevo 21 anni quando ho lasciato la mia famiglia: non ho mai dimenticato il pianto di mio padre, gli occhi tristi di mia madre che mi incoraggiavano ad andare e lo sguardo smarrito di mia sorella. Da quel giorno sono passati 52 anni, ho preteso e conquistato la dignità del lavoro che mi ha permesso di formare una famiglia. Ora sono un nonno felice che racconto, prima lo facevo con mia figlia la loro mamma, episodi dei momenti felici trascorsi in famiglia e con gli amici. Episodi, nel mio pensiero, sempre vivi che mantengono un nostalgico legame alle mie origini. Il lavoro e la gioia della famiglia non sono riusciti a cancellare l’amarezza di essere stato costretto ad abbandonare il paese nativo con tutti gli affetti. Spesso mi chiedo se quella zappa avrebbe dato un diverso corso alla mia esistenza.

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  13. Buone radici permettono all'albero di andare sempre più in alto e c'è sempre una connessione tra la base e l' altezza, un nesso tra l'ascensore sociale e le radici, a cui dare il giusto valore. Un bel racconto, complimenti all'autore.

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