un vulcano la mia mente
già comincia a diventar…
Gioacchino Rossini ci ha lasciato un’aria formidabile in bocca al barbiere di Siviglia sul potere dell’oro. Per esso sono scoppiate guerre sanguinose, flussi migratori di cercatori disperati, saccheggi di città e nazioni, spoliazioni di popolazioni indigene, frodi nel conio da parte di regnanti.
Ora tutto questo è passato, ma resta nell’inconscio il desiderio dell’oro, della sua tesaurizzazione.
Oggi l’Italia è il terzo paese al mondo per l’ampiezza delle sue riserve auree con 2.453 tonnellate, dopo gli USA (8.133) e la Germania (3.412). Questa consapevolezza ha acceso da tempo l’immaginazione della destra italiana di poter mettere le mani su quella montagna d’oro. Essa è custodita per il 44,8% (95.000 lingotti e 870.000 monete di pregio) nel caveau della Banca d’Italia, per il 43,29% (pari a 1.061 tonnellate) nei forzieri della Federal Reserve americana di Fort Knox, per il 6% presso la Banca Nazionale Svizzera e per il 5,7% presso la Banca d’Inghilterra, per la diversificazione del rischio e per una maggiore sicurezza fisica.
Già nel 2004 il ministro Tremonti (Governo Berlusconi II), guardando all’oro come a un asset a disposizione per fare cassa, propose con insistenza di utilizzare, tassare o trasferire allo Stato le riserve auree della Banca d'Italia. La richiesta fu esaudita a fine 2005, quando il Governo inserì in una norma il principio di trasferire formalmente la disponibilità di quelle riserve auree allo Stato. Dal principio si passò nel 2009 (Governo Berlusconi IV con Meloni ministro della gioventù) al tentativo concreto di introdurre una tassa del 6% sulle plusvalenze dell'oro, enormemente rivalutato. Tremonti inserì perciò nell’articolo 14 del "decreto anticrisi", una norma per applicare una tassazione straordinaria del 6% sulle plusvalenze delle riserve d'oro custodite dalla Banca d’Italia; un espediente per recuperare circa 300 milioni di euro per le casse dello Stato.
L'iniziativa provocò l’immediata protesta della Banca Centrale Europea contraria a qualsiasi intervento che potesse intaccare l'autonomia e la gestione delle riserve della Banca d’Italia.
Il presidente della BCE, Trichet, fermamente contrario, espresse la bocciatura formale e diede del “pazzo” a Tremonti, definendo l'iniziativa "assolutamente negativa", tanto che Napolitano firmò il decreto legge fiscale solo dopo che Berlusconi lo rassicurò che la tassa sull'oro sarebbe stata applicata solamente dopo l’esplicito parere favorevole della BCE, e con il consenso della stessa Banca d'Italia. Quindi completa marcia indietro che rendeva inapplicabile la norma, anche se il popolo era stato già galvanizzato dall’idea.
Nel 2014, Meloni dall’opposizione tornò alla carica demagogicamente per rivendicare la proprietà dello Stato “sull’unica garanzia e ricchezza rimasta agli italiani, a tutela della nostra autonomia e indipendenza”, chiedendo al governo il rimpatrio dell’oro.
Richiesta ripetuta nel 2019 sulla scia di quanto fatto da Germania e Austria che avevano cominciato a riportare a casa le loro riserve auree custodite in banche estere per metterle al riparo da turbolenze finanziarie mondiali.
Nei primi anni di Governo, Meloni non ha più sollevato la questione, ma in occasione della legge finanziaria 2026, con l’intenzione di cavalcare la tigre populista per accalappiare i poveri gonzi che si nutrono di retorica vuota, ha preteso che fosse dichiarata per legge “la proprietà pubblica delle riserve auree gestite dalla Banca d’Italia in nome del popolo italiano.”
Questa dichiarazione non ha prodotto alcuna innovazione sostanziale: l’oro detenuto dalla Banca d’Italia è sempre stato patrimonio pubblico in senso lato, rigidamente vincolato dai Trattati europei e quindi sottratto alla disponibilità del Governo. La gestione delle riserve resta perciò prerogativa assoluta della Banca d’Italia (con iscrizione nell'attivo del bilancio), soggetta al coordinamento e all’autorizzazione della BCE, la cui indipendenza è un principio cardine dell’architettura dell’Eurozona, che vieta il finanziamento degli Stati per garantire la stabilità dell’unione monetaria.
Ricapitolando le riserve auree gestite dalla Banca d’Italia fanno parte delle riserve ufficiali dell'Eurosistema e qualsiasi decisione di vendita richiede l'autorizzazione preventiva del Sistema europeo delle banche centrali per evitare ripercussioni sulla stabilità e sul valore dell'euro, soprattutto dopo la crisi finanziaria globale, che ha reso evidente come le riserve auree svolgano una funzione di garanzia sistemica e reputazionale più che di immediata monetizzazione.
L’intenzione politica di confermare l’attribuzione dell'oro allo Stato, resta una pura declaratoria che, pur facendo gonfiare il petto dei poveri patrioti che pensano di sentirsi più ricchi, non intacca la gestione di ciò che è considerato riserva di ultima istanza e scudo di sicurezza contro le crisi globali, ma non una cassa da usare per coprire il debito pubblico nazionale.
Se viceversa questa intenzione fosse tradotta in realtà avrebbe conseguenze profondamente destabilizzanti: segnalerebbe ai mercati una difficoltà strutturale dell’Italia di ricorso al pubblico dei sottoscrittori dei suoi titoli per il finanziamento ordinario, aprirebbe un conflitto istituzionale con l’Eurosistema, metterebbe in discussione il delicato equilibrio tra politica democratica e autorità indipendenti ed innescherebbe una fuga di capitali dall’Italia considerata emittente di titoli spazzatura.
Ora tutto questo è passato, ma resta nell’inconscio il desiderio dell’oro, della sua tesaurizzazione.
Oggi l’Italia è il terzo paese al mondo per l’ampiezza delle sue riserve auree con 2.453 tonnellate, dopo gli USA (8.133) e la Germania (3.412). Questa consapevolezza ha acceso da tempo l’immaginazione della destra italiana di poter mettere le mani su quella montagna d’oro. Essa è custodita per il 44,8% (95.000 lingotti e 870.000 monete di pregio) nel caveau della Banca d’Italia, per il 43,29% (pari a 1.061 tonnellate) nei forzieri della Federal Reserve americana di Fort Knox, per il 6% presso la Banca Nazionale Svizzera e per il 5,7% presso la Banca d’Inghilterra, per la diversificazione del rischio e per una maggiore sicurezza fisica.
Già nel 2004 il ministro Tremonti (Governo Berlusconi II), guardando all’oro come a un asset a disposizione per fare cassa, propose con insistenza di utilizzare, tassare o trasferire allo Stato le riserve auree della Banca d'Italia. La richiesta fu esaudita a fine 2005, quando il Governo inserì in una norma il principio di trasferire formalmente la disponibilità di quelle riserve auree allo Stato. Dal principio si passò nel 2009 (Governo Berlusconi IV con Meloni ministro della gioventù) al tentativo concreto di introdurre una tassa del 6% sulle plusvalenze dell'oro, enormemente rivalutato. Tremonti inserì perciò nell’articolo 14 del "decreto anticrisi", una norma per applicare una tassazione straordinaria del 6% sulle plusvalenze delle riserve d'oro custodite dalla Banca d’Italia; un espediente per recuperare circa 300 milioni di euro per le casse dello Stato.
L'iniziativa provocò l’immediata protesta della Banca Centrale Europea contraria a qualsiasi intervento che potesse intaccare l'autonomia e la gestione delle riserve della Banca d’Italia.
Il presidente della BCE, Trichet, fermamente contrario, espresse la bocciatura formale e diede del “pazzo” a Tremonti, definendo l'iniziativa "assolutamente negativa", tanto che Napolitano firmò il decreto legge fiscale solo dopo che Berlusconi lo rassicurò che la tassa sull'oro sarebbe stata applicata solamente dopo l’esplicito parere favorevole della BCE, e con il consenso della stessa Banca d'Italia. Quindi completa marcia indietro che rendeva inapplicabile la norma, anche se il popolo era stato già galvanizzato dall’idea.
Nel 2014, Meloni dall’opposizione tornò alla carica demagogicamente per rivendicare la proprietà dello Stato “sull’unica garanzia e ricchezza rimasta agli italiani, a tutela della nostra autonomia e indipendenza”, chiedendo al governo il rimpatrio dell’oro.
Richiesta ripetuta nel 2019 sulla scia di quanto fatto da Germania e Austria che avevano cominciato a riportare a casa le loro riserve auree custodite in banche estere per metterle al riparo da turbolenze finanziarie mondiali.
Nei primi anni di Governo, Meloni non ha più sollevato la questione, ma in occasione della legge finanziaria 2026, con l’intenzione di cavalcare la tigre populista per accalappiare i poveri gonzi che si nutrono di retorica vuota, ha preteso che fosse dichiarata per legge “la proprietà pubblica delle riserve auree gestite dalla Banca d’Italia in nome del popolo italiano.”
Questa dichiarazione non ha prodotto alcuna innovazione sostanziale: l’oro detenuto dalla Banca d’Italia è sempre stato patrimonio pubblico in senso lato, rigidamente vincolato dai Trattati europei e quindi sottratto alla disponibilità del Governo. La gestione delle riserve resta perciò prerogativa assoluta della Banca d’Italia (con iscrizione nell'attivo del bilancio), soggetta al coordinamento e all’autorizzazione della BCE, la cui indipendenza è un principio cardine dell’architettura dell’Eurozona, che vieta il finanziamento degli Stati per garantire la stabilità dell’unione monetaria.
Ricapitolando le riserve auree gestite dalla Banca d’Italia fanno parte delle riserve ufficiali dell'Eurosistema e qualsiasi decisione di vendita richiede l'autorizzazione preventiva del Sistema europeo delle banche centrali per evitare ripercussioni sulla stabilità e sul valore dell'euro, soprattutto dopo la crisi finanziaria globale, che ha reso evidente come le riserve auree svolgano una funzione di garanzia sistemica e reputazionale più che di immediata monetizzazione.
L’intenzione politica di confermare l’attribuzione dell'oro allo Stato, resta una pura declaratoria che, pur facendo gonfiare il petto dei poveri patrioti che pensano di sentirsi più ricchi, non intacca la gestione di ciò che è considerato riserva di ultima istanza e scudo di sicurezza contro le crisi globali, ma non una cassa da usare per coprire il debito pubblico nazionale.
Se viceversa questa intenzione fosse tradotta in realtà avrebbe conseguenze profondamente destabilizzanti: segnalerebbe ai mercati una difficoltà strutturale dell’Italia di ricorso al pubblico dei sottoscrittori dei suoi titoli per il finanziamento ordinario, aprirebbe un conflitto istituzionale con l’Eurosistema, metterebbe in discussione il delicato equilibrio tra politica democratica e autorità indipendenti ed innescherebbe una fuga di capitali dall’Italia considerata emittente di titoli spazzatura.
Il Governo italiano e il Parlamento non possono quindi disporre liberamente di questo oro o venderlo per coprire spese pubbliche o manovre finanziarie.
È vero che viviamo in un periodo di acute turbolenze politiche e militari con tensioni geopolitiche non facilmente controllabili. Per questo nei giorni scorsi la Germania ha riportato nei forzieri di Francoforte una nuova quantità di 300 tonnellate d’oro detenute fino al mese scorso nei forzieri americani, così come la Francia che ne ha rimpatriato 129 tonnellate e i Paesi Bassi che hanno trasferito dagli Stati Uniti alla Banca d’Inghilterra 86 tonnellate.
Se questi Stati hanno adottato il principio di cautela, forse sarebbe opportuno che anche l’Italia, più che esercitarsi in dichiarazioni senza effetto pratico, rimpatri l'oro riducendone il quantitativo stoccato in America del cui capo, dalla megalomania corsara e dall’avidità di guadagno, non c’è da fidarsi.
È vero che viviamo in un periodo di acute turbolenze politiche e militari con tensioni geopolitiche non facilmente controllabili. Per questo nei giorni scorsi la Germania ha riportato nei forzieri di Francoforte una nuova quantità di 300 tonnellate d’oro detenute fino al mese scorso nei forzieri americani, così come la Francia che ne ha rimpatriato 129 tonnellate e i Paesi Bassi che hanno trasferito dagli Stati Uniti alla Banca d’Inghilterra 86 tonnellate.
Se questi Stati hanno adottato il principio di cautela, forse sarebbe opportuno che anche l’Italia, più che esercitarsi in dichiarazioni senza effetto pratico, rimpatri l'oro riducendone il quantitativo stoccato in America del cui capo, dalla megalomania corsara e dall’avidità di guadagno, non c’è da fidarsi.



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