La distruzione del multilateralismo e dell’architettura delle Organizzazioni internazionali, create con l’obiettivo di mantenere la pace in un quadro di regole, mi offre l’occasione per ritornare sull’argomento dei grandi imperi.Durante la guerra fredda, il mondo occidentale, si sentiva garantito dal cosiddetto equilibrio del terrore tra potenze nucleari, indicato con un acronimo inglese abbastanza eloquente M.A.D. (mutually assured destruction)
Gli USA e l’URSS, detentori non solo dell’arma atomica ma soprattutto dei sistemi per colpirsi e distruggersi a vicenda, a migliaia di chilometri di distanza, si spiavano e si minacciavano di continuo potendo contare sul fatto che un minuto prima della catastrofe sarebbe scattata la famosa linea rossa tra la Casa Bianca e il Cremlino. Ciò che teneva banco era dunque la gara a due per la supremazia in campo militare (missili balistici), politico e tecnologico (esplorazione spaziale) e per il controllo delle relative zone di influenza.
I due giganti non cessavano di attuare forme di pressione nel Sud del mondo alla ricerca di basi militari strategiche, di sfruttamento di risorse, di sobillazione di colpi di stato per creare governi fantoccio ubbidienti, con la giustificazione ipocrita di esportare i cosiddetti principi della democrazia o quelli utopistici del comunismo.
Queste superpotenze per evitare lo scontro diretto sul campo, contavano sugli stati cuscinetto a loro fedeli, inglobati in forti alleanze militari: da una parte la NATO e dall’altra il Patto di Varsavia. I loro membri venivano definiti eufemisticamente paesi alleati, ma di fatto erano vassalli serventi, incapaci di qualsiasi iniziativa politica propria, autonoma, in dissonanza con gli interessi della potenza egemone che ne controllava i gangli vitali.
In uno stato di ammirazione e di soggezione verso questi due blocchi viveva l’Europa divisa a metà con altri attori di terza fila in America Latina, in Asia e in Africa. Negli anni ottanta le due superpotenze detenevano circa 70.000 testate nucleari e, convinte dell’inutilità di tali giganteschi arsenali atomici che avrebbero significato, se usati, la fine del pianeta Terra, si misero d’accordo con i trattati Start I del 1991 e Start II del 1993 di ridurle a un terzo.
La guerra fredda stava evaporando. Il ritiro sovietico dall’Afghanistan, il disgelo avviato da Gorbacev (Nobel per la pace nel 1990) con la perestroika e la glasnost, la caduta del muro di Berlino, il disfacimento dell’URSS con lo scioglimento del Patto di Varsavia, costituirono il vero tornante storico della fine del secolo.
Invece la Nato, che a rigor di logica politica, avrebbe dovuto fare altrettanto per dare un reale maggior contributo alla distensione, mostrò la sua vera natura espansionistica, ispirata dalla latente vocazione degli Stati Uniti ad un neo imperialismo sul piano economico, politico e militare. Il duopolio russo-americano si era nel frattempo allargato alla Cina. Era nata di fatto una triade di super potenze presenti nel CdS dell’ONU nel quale figuravano come due paggetti di seconda fila la Gran Bretagna e la Francia, che, seppure potenze nucleari, contavano in questo settore quanto l’India, il Pakistan, Israele.
Ciascuno dei tre grandi, secondo una strategia politica a lungo termine, non aveva smesso di accarezzare l’ambizione alla supremazia regionale, a scapito del diritto internazionale, dell’autorità e della funzione delle Nazioni Unite. Il diritto internazionale, è bene ricordare, non è altro che una pura convenzione tra Stati. Esso vale finché tutti lo rispettano: se uno bara e rovescia il tavolo, il diritto salta e, come si è visto in troppi casi, non c’è Corte o Organizzazione internazionale che tenga, tanto che il Ministro degli Esteri Tajani ha fatto arricciare il naso ai giuristi con la frase che il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
Kissinger, aveva vaticinato che il mondo del XXI secolo aveva bisogno di un cambiamento di paradigma, come era accaduto nell’epoca post napoleonica. Per mantenere l’equilibrio dei poteri e salvaguardare la pace mondiale sarebbe stato necessario tornare alla diplomazia della restaurazione dei vecchi imperi. La sua analisi non aveva previsto che i tre “imperi” americano, russo e cinese non si sarebbero accontentati di convivere mantenendo il controllo sulle rispettive aree di influenza.
Spinti da un irrefrenabile desiderio di testarsi reciprocamente per misurare la capacità di reazione avrebbero messo in moto politiche di forza economica e militare in vista dello scontro finale per l’egemonia mondiale, disseppellendo il vecchio brocardo “Terrae potestas finitur ubi finitur armorum vis”(la sovranità territoriale finisce dove finisce la forza delle armi). Gli Stati Uniti convinti di essere i più forti hanno innescato e condotto tutte le guerre degli ultimi venti anni coinvolgendovi, come servi sciocchi, gli Stati europei che non avevano nulla da guadagnare in termini di potenza, di prestigio di rapporti economici, attenti alla vanagloria dei propri governanti.
A Washington non avevano capito che insistendo con quelle guerre avrebbero indotto la Russia (ripresasi dal disastro post Gorbacev di Eltsin) e la Cina (entrata a far parte del capitalismo mondiale) a tentare analoghi azzardi sostituendo la pacifica convivenza con una vasta operazione di condizionamento militare.
Dall’attentato alle torri gemelle fino ai giorni nostri, il flagello del terrorismo non ha fatto altro che dilagare ovunque e colpire, con un’intensità ed una ferocia mai vista prima, vittime a casaccio. Mentre la società civile reagiva chiudendosi su se stessa,i loro Governi non ne capivano le ragioni e si affidavano solo al linguaggio della repressione e delle armi.
Sul piano internazionale di fronte alla arrogante provocazione americana di accerchiamento della Russia estendendo la Nato agli Stati baltici, fino ad allora comodi cuscinetti anti confronto diretto, e aizzando l’Ucraina con la promessa dell’incorporazione nella Nato, Putin che aveva già subito il rifiuto americano per un patto sulla sicurezza collettiva dell’area, a reagito con il fatto compiuto riprendendosi la Crimea e poi invadendo l’Ucraina con l‘obiettivo di esercitare il protettorato sulle repubbliche autonome di Donetsk e Luhansk (Donbass), e l’accorpamento delle province di Zaporizhzhya e Kherson.
Della situazione ha approfittato anche Pechino che ha riproposto il tema della riunificazione di Taiwan alla Cina continentale, considerata un processo irreversibile. Questa pretesa trova l’ancoraggio politico-giuridico nel fatto che la Cina, all’atto dello stabilimento dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti nel 1971, ottenne il riconoscimento scritto del principio dell’esistenza "di una sola Cina" con l’attribuzione del seggio in Consiglio di Sicurezza sottratto a Taiwan che venne espulsa dall’ONU.
Finora il Governo di Pechino ha tenuto questa cambiale nel cassetto ricordando al mondo che sarebbe stata presentata all’incasso al momento opportuno.
Se l’amministrazione di Biden fino al 2024 è stata capace solo di spingere l’Ucraina al massacro e gli alleati a contribuire a quella carneficina con sforzi economici e militari, Trump ha dato un decisivo colpo di sterzo disimpegnandosi da quella guerra e intervenendo in ogni altra area del mondo che poteva essere funzionale agli interessi economici, strategici dell’America.
Resosi conto che la riconquista dei territori perduti dall’Ucraina era impossibile, Trump ha dato il via a un tentativo di comporre il conflitto con la Russia sulla base dello status quo salvo piccole correzioni. Dall’altra parte ha consolidato la già robusta alleanza con Israele appoggiandone con le armi e con il sostegno politico le mire espansionistiche a danno dei palestinesi e contro l’Iran.
Ricevendo con tutti gli onori Netanyahu a Washington e Putin in Alaska, Trump aveva dichiarato al mondo che per lui era del tutto ininfluente che la Corte penale internazionale li avesse dichiarati criminali di guerra. Trump non solo ha scatenato un ciclone nel mare già agitato della politica estera mondiale con interventi militari, sanzioni, dazi :indiscriminati, ma ha anche preso a pesci in faccia gli alleati europei e i Brics lanciando insulti e moniti minacciosi.
In un eccesso di delirio di potere ha ribattezzato il Golfo del Messico in Golfo di America, ha trasformato il Pentagono in ministero della guerra, ha rivendicato il possesso di Panama, l’acquisizione della Groenlandia, la possibile annessione del Canada, l’abbattimento del regime di Maduro e, in omaggio ai legami familiari con l’ebraismo, ha manifestato tutto il suo appoggio a Netanyahu con il desiderio di appropriarsi di Gaza, per farne con le armi un territorio americano d’oltremare, da consegnare a tempo debito ad Israele espellendone gli abitanti ridotti alla miseria, già decimati dalle bombe, dalla carestia, dalla distruzione di presidi sanitari.
Trump con l’aggressione al Venezuela di cui si è vantato (i suoi piloti si sono esercitati divertendosi in un tiro a segno senza ostacoli di contraerea) ha urlato al mondo come Brenno “guai a chi non si sottomette” e lanciato il messaggio che l’emisfero occidentale è suo. Insomma ha acceso una nuova miccia alla bomba del terrorismo che infesterà più di prima tutti i paesi con interessi americani.
Non so se il Governo italiano e la sua maggioranza parlamentare che vota la fiducia a ripetizione senza capire, si rendono conto del pericolo di questa politica muscolare di neocolonialismo. Certamente il popolo italiano l’ha ben presente, così come i sette miliardi di umanità del resto del mondo.
Torquato Cardilli
5 gennaio 2026


Concordo pienamente con l'analisi e la visione di Cardilli del quadro internazionale attuale. In particolare, condivido il giudizio sulla politica estera di Trump, definita neocolonialista, giudizio da estendere alla politica di Putin e a quella di Netanyahu.
RispondiEliminaMi ha sorpreso il silenzio dei BRICS, la vecchia-decrepita UE degli ebetiuniti segue il diktat-trampiano....
RispondiEliminaAnalisi ineccepibile. Sembra comunque che che lo strumento operativo utilizzato dall’amministrazione Trump sia quello teorizzato dalla Dottrina Monroe, in forma riveduta e corretta, soprattutto in ordine ai nuovi confini tracciati per definire l’emisfero occidentale.
RispondiEliminaNon lo so come andrà a finire. Ma la situazione non mi piace affatto. C'è una terribile carenza di figure politiche di livello, di statisti con la schiena dritta, di governanti "liberi" con una visione del mondo e del futuro. Di fronte alla prepotenza e al disprezzo delle regole, di fronte all'ostentatione del potere, degli affari, della ricchezza e di fronte alle ingiustizie sociali non c'è alcuna reazione concreta ma soltanto l'accodarsi alla legge del più forte. Alla barbarie. L'unica speranza, a questo punto, è che non si vada oltre.
RispondiEliminaNon c'è nessuna speranza che le invasioni si fermino qui e non si vada oltre nell'annessione di Stati sovrani da parte di dittatori che usano la forza e la prepotenza come normali strumenti politici. Trump può permettersi di fare quel che ha fatto in Venezuela, anticipare le sue mire su Groenlandia e Colombia nel silenzio dell'Europa che tace (ad eccezione della Spagna), e ricevendo gli applausi della Meloni. La Cina, visto che ormai vale la legge del più forte, vorrebbe invadere Taiwan e la tentazione di conquistare paesi sovrani cresce e prospera ovunque. Siamo in un punto di non ritorno. Il diritto internazionale è diventato carta straccia, solo un lontano ricordo mentre le destre nel mondo prosperano e sono sempre più violente e totalitarie.
RispondiEliminaSono preoccupato per questa situazione esplosiva. Il nuovo ordine imperiale e aggressivo dell'America non rispetta il diritto internazionale. Bisogna reagire subito! Spetta a tutta l'Europa prendere posizione. Positiva la prima risposta degli otto leader, fra i quali anche l'Italia, europei a Trump sulla Groenlandia: "la Sovranità è inviolabile."
RispondiEliminaLa storia purtroppo davvero non insegna nulla. Il cosiddetto imperialismo di fatto è stato l'anticamera della guerra mondiale. E a questo punto davvero riterrò ipocrite e inutili tutte le giornate commemorative delle tragedie di quell'epoca
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