martedì 29 giugno 2021

ALEA IACTA EST

di Torquato Cardilli - Si dice che siano le sfide a forgiare il carattere di un leader, che siano le difficoltà a plasmarne la forza di volontà, che siano gli scogli della vita ad indicargli la rotta migliore.
È per questo che nella storia ci sono stati momenti in cui la determinazione e la decisione hanno garantito al capo l’ingresso nella leggenda, trasformando in vittoria quello che poteva sembrare un disperato atto di audacia.

Qualche esempio?

Quando Garibaldi con un migliaio di volontari raccogliticci sbarcò in Sicilia fu sconsigliato dal suo luogotenente Bixio di ingaggiare una battaglia aperta contro l’esercito borbonico che godeva di una superiorità numerica di venti volte. La risposta di Garibaldi fu perentoria, senza tentennamenti, “qui si fa l’Italia o si muore” per significare la determinazione nel voler raggiungere l’obiettivo di unificazione del paese a costo della vita.

Nella scienza militare si insegna che tatticamente non ci si bruciano i ponti alle spalle per avere sempre una via di scampo in caso di sconfitta, ma è proprio su questa scelta che si misurano il coraggio e la determinazione di un comandante.

Una ventina d’anni dopo l’impresa di Colombo in America, il condottiero spagnolo Hernan Cortes al servizio di Carlo I si era messo in testa di voler sottomettere l’impero atzeco.

Approdato nello Yucatan con 500 uomini e un centinaio di marinai dopo aver scaricato tutte le riserve e le armi, accortosi che i suoi 11 vascelli erano stati ancorati dai nocchieri con la prua verso il largo, pronte a salpare in caso di ritirata, temendo defezioni, diede l’ordine di bruciarne le vele, chiarendo ai suoi uomini che potevano solo vincere o morire.

Allo stesso modo, 500 anni prima, la possibilità di ritirarsi era stata negata ai propri soldati da Guglielmo il Conquistatore, che sbarcato in Inghilterra dalla Normandia, incendiò le proprie navi per obbligare il suo esercito a combattere. Il valore aggiunto della disperazione gli diede la vittoria nella battaglia di Hastings.

Stando alla tradizione, raccontataci da Svetonio, ci fu nella storia anche un altro atto di coraggio che modificò per sempre l’assetto politico di Roma.

Giulio Cesare, insofferente di dover dividere il potere con suo genero Pompeo il Grande, che era stato nominato dal Senato Console unico, ritenendo che fosse arrivato il momento di mettere a frutto la sua vittoria militare in Gallia, varcò il fiumiciattolo Rubicone, che segnava il confine tra il territorio di Roma e la Gallia cisalpina. Lasciando liberi i suoi legionari di seguirlo o di tornarsene a casa, li incoraggiò al combattimento con il monito che non ammetteva ripensamenti “alea iacta est” (il dado è stato lanciato e non può essere ritirato) a significare la decisione dalla quale non si poteva tornare indietro.

Vi dice nulla la similitudine del rifiuto di questa diarchia?

Ieri, a Roma, in uno scenario evocativo tra le colonne del tempio di Adriano, è stata rappresentata una specie di replica di questa lotta tra giganti.

L’ex presidente del Consiglio Conte ha messo in chiaro che non c’è posto per lui nel M5S se la sua partecipazione al progetto di rinnovamento dell’Italia significa accettazione di una leadership dimezzata in un ruolo di testa di legno di una diarchia che sarebbe funzionale solo alla confusione dei ruoli e delle responsabilità politiche.

A colpi di fioretto e di vellutati fendenti, facendo anche mostra di ironia, Conte ha rimesso al fondatore del M5S, riconosciuto come garante delle regole, la scelta tra onorare il titolo di “elevato” da padre generoso piuttosto che da padre padrone.

La scelta per Grillo è contenuta tra la figura del patriarca saggio, venerato e rispettato, e quella opposta, ritratta da Rubens e Goya, di Saturno che temendo la detronizzazione da parte di un figlio incomincia a divorarli uno alla volta, come già fatto nella politica italiana da quel Cernienko mummificato della destra.

Per tutti arriva il momento della canizie e della saggezza che può evitare un inutile spargimento di sangue.

Considerato l’appello rivolto da Conte al popolo degli aderenti al M5S perché gli conferiscano un’autorità piena e non risicata per continuare l’impegnativa avventura per assicurare un futuro alla prossima generazione, l’esito della sfida è appeso ad un esile filo che separa la nobile etica della responsabilità dalla rigidità con cui si vanno schierando le forze in campo.

Torquato Cardilli
29 Giugno 2021

1 commento:

  1. Lillo Antinoro5 luglio 2021 12:59

    Io non sono grillino, ma sacciu politicamenti leggeri e scriviri. La canizia è la saggezza, dovrebbero far comprendere agli italiani, abituati in politica ai tripli salti mortali, che l'etica politica vorrebbe coerenza tra ciò che si è sbandierato per ottenere il 33% dei consensi elettorali e lo spacciare per una normale evoluzione lo stravolgimento a tutela dei soliti interessi personali mirati a mantenere poltrone, che un ometto politico, venuto dal nulla propone.
    Il comico faceva ridere, ma ha creato un movimento che ha stravolto il quadro politico nazionale, l'ometto , fa piangere la vera base dei 5S ( non quella su Facebook) e da buon DC, vuole ricomporre il quadro politico nazionale secondo i propri interessi . Essere leader di un partito strutturato da un enorme potere, mentre essere leader di un movimento ti mette nelle mani della base e rimani politicamente castrato e condizionato, sia chiaro era proprio ciò che ha dato consensi ai 5S.

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