lunedì 30 agosto 2021

IL DECLINO DI UN IMPERO

di Torquato Cardilli - Gli storici fissano la caduta dell’impero romano nel 476 d. C. quando Odoacre depose l’ultimo imperatore Romolo Augustolo. Ma quella caduta non fu una malattia improvvisa; il male covava sotto la cenere da almeno un secolo.
Dai suoi sintomi, manifestatisi in modo crescente (incapacità di far rispettare la legge romana nelle lontane province, progressivo deterioramento dell’efficienza militare, carestie e epidemie, crisi economica, incompetenza degli imperatori che compravano la carica dai pretoriani, decadimento dell’efficienza amministrativa, crescente pressione dei barbari, estranei alla cultura greco-latina, ma desiderosi di godere del benessere della civiltà romana) si percepiva che il declino sarebbe stato inarrestabile ed irreversibile.

Sarebbe azzardato paragonare oggi la caduta dell’impero romano alla progressiva erosione del prestigio e della potenza degli Stati Uniti che, dalla seconda guerra mondiale in poi, pur essendo la prima superpotenza, hanno registrato solo smacchi politici e militari.

Si sono immischiati, come guardiani internazionali, negli affari interni di molti altri stati, (dall’America Latina all’Africa, dall’ Est asiatico, al Medio oriente, dal Magreb all’Europa centrale), ossessionati dall’espansionismo politico dell’URSS e del comunismo e poi terrorizzati dal terrorismo di cui sono stati incapaci di comprendere ed eliminare le cause.

Sono intervenuti, fomentando o approvando colpi di stato, con l’obiettivo di mettere al potere gruppi e persone facilmente controllabili e chiaramente reazionari, senza andare per il sottile se si trattava di dittatori e di regimi autoritari, di mancato rispetto dei diritti umani.

Facendo largo uso della diplomazia della forza, si sono impegnati in una molteplicità di interventi militari, ma hanno registrato solo insuccessi clamorosi. Da paese della libertà si sono trasformati in centrale di prigioni di tortura come quella di Guantanamo in cui sono reclusi e sottoposti a sevizie arabi, africani, mediorientali, a torto o a ragione, considerati terroristi.

Contando sull’espansione mondiale della loro economia e della loro moneta, sulla superiorità tecnologica, sull’imponenza del budget militare si sono mossi nei rapporti con l’estero senza tanti riguardi, fino all’arroganza, come elefanti in un negozio di cristalleria. Per questo non si pongono il quesito del perché tanti paesi ce l’abbiano con loro e perché siano diventati il principale obiettivo del terrorismo.

Privi di cultura politica non hanno imparato la storia, hanno spesso snobbato l’esperienza degli europei, considerati alleati deboli e pronti a seguirli in ogni avventura, ma che invece sono capaci di ragionare con intelligenza nei rapporti a lunga scadenza con gli Stati contando sulla forza della diplomazia.

Del resto le Ambasciate americane nei paesi più importati non sono affidate a funzionari addestrati all’arte del negoziato, ma a finanzieri, affaristi o petrolieri abituati a dettare legge, che possono comprare la carica di ambasciatore in relazione ai contributi volontari alla campagna elettorale presidenziale dal milione di dollari in su.

Limitandoci alla questione afgana, essi hanno dichiarato guerra a quel paese nell’inverno del 2001 per sete di vendetta contro un uomo, il principe nero saudita Osama Bin Laden che ritenevano organizzatore dell'attentato stragista alle torri gemelle, eseguito però da terroristi sauditi, addirittura addestrati al pilotaggio dei Boeing civili 747 in America.

Il conflitto, annunciato al popolo americano da Bush con toni perentori di condanna a morte verso il mandante e i fiancheggiatori dei terroristi, nella visione americana sarebbe stato di breve durata con la morte di Bin Laden, la sconfitta dei Talebani (che non c’entravano con le torri gemelle), con lo stabilimento in Afghanistan (primo rifugio di Bin Laden) di un governo guidato da politici filoamericani e con la creazione di un sistema democratico sul modello occidentale. Invece si è trascinato per 20 anni, di cui ben dieci dopo aver catturato ed ucciso Osama bin Laden non in Afghanistan ma in Pakistan, paese alleato degli USA.

Le stesse parole e lo stesso tono vendicativo, nell’immediatezza dell’eccidio di 13 marines all’aeroporto di kabul, sono stati utilizzati ora da Biden, in puro stile da sceriffo muscolare del far west.

Il primo degli sbagli di questa guerra asimmetrica, fu di credere in una soluzione militare contro i Talebani considerati poco più di un conglomerato tribale di straccioni, capaci di atti vigliacchi di terrorismo, ma non di resistere alla potenza di fuoco e tecnologica di un paese avanzati come gli Stati Uniti.

Il secondo errore è stato quello di ritenere che creando un governo con un presidente catapultato dall’America, sarebbe stato semplice indire elezioni, eleggere un parlamento e creare le condizioni per l’instaurazione della democrazia, scardinando una retrograda tradizione secolare. Non avevano capito che l’Afghanistan si reggeva su un sistema sostanzialmente tribale, e che nelle province, lontane dalla capitale, vigeva un ordine che faceva capo alle tante etnie (dalla maggioranza dei pashtun alle minoranze dei tagiki, uzbeki, hazara ecc.).

Il terzo errore è stato quello di convincere a buon mercato parecchi paesi occidentali e la Nato a partecipare a questa guerra punitiva contro i terroristi Talebani (che però si erano macchiati di atti di terrorismo interno non riconoscendo il governo fantoccio messo su dagli americani).

Il quarto errore è stato la mancanza di sensibilità nell’interpretare l’atteggiamento della popolazione afgana. Al di fuor della capitale, trasformata in un grande bazar di vita e costumi occidentali, all’interno del paese la popolazione covava un sentimento di odio contro lo straniero, responsabile dei bombardamenti alla cieca di villaggi con decine di migliaia di vittime innocenti (cinicamente definite nei bollettini di guerra americani come danni collaterali) sulla falsariga della strategia fallimentare già adottata in 13 anni di guerra inutile in Vietnam.

Dopo aver speso quasi tre mila miliardi di dollari (cifra con dodici zeri equivalente a due volte il PIL italiano), dopo aver raccolto le salme di 4.000 soldati e rimpatriato 70.000 feriti, il tutto inutilmente, il presidente americano Trump (quello dello slogan “make America great again” riconoscendone il declino) ha impartito l’ordine di avviare trattative di disimpegno dall’Afghanistan.

Il negoziato, condotto all’insaputa degli alleati e del governo afgano, si è concluso a fine febbraio 2020 con l’accordo di Doha, capitale del Qatar, suscitando l’irritazione degli alleati che non hanno saputo spiegare alla propria opinione pubblica il perché del disimpegno da una missione reiteratamente approvata ogni anno dal parlamento e giustificata come operazione di sicurezza nazionale.

L’accordo, redatto da legulei senza visione politica, con l’unico obiettivo di accontentare la propria opinione pubblica, stanca di sacrifici, ha affermato che dopo 20 anni di guerra gli Stati Uniti non riconoscevano la vittoria del nemico Emirato islamico dell’Afghanistan, ma concordavano con i Talebani l’uscita dal paese.

Si è trattato di una pura finzione giuridica di un testo zoppo, non bilanciato da una tempistica operativa fondata sul dare e sull’avere di ciascuna parte, sul compromesso tra le reciproche aspettative.

Già il titolo afferma che il trattato tra l’Emirato islamico dell’Afghanistan (con l’ossessiva ripetizione in ogni articolo che non è riconosciuto come Stato, ma definito Talebani) e gli Stati Uniti è finalizzato a portare la pace in Afghanistan. Cioè non a fare la pace tra le due parti, ma a riportare la pace in un paese dilaniato dalla guerra civile.

Chi avesse curiosità di leggerne il testo potrà collegarsi con lo State Department degli Stati Uniti ed entrare nell’Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America. (clicca per il testo in italiano).

Si può firmare un trattato con una parte che viene ripetutamente menzionata nell’accordo come non riconosciuta? Evidentemente gli Stati Uniti pur avendo perso la guerra hanno preteso di comportarsi come se fossero titolari di un protettorato, menzionando come finalità quella di riportare la pace non tra i due contraenti, ma nel paese (cioè come si stabiliva un tempo negli atti di decolonizzazione).

Esso si compone di 4 capitoli (1. garanzia che il territorio afgano non verrà usato da gruppi o individui contro la sicurezza degli Stati Uniti e i loro alleati; 2. ritiro di tutte le forze straniere dall’Afghanistan in 18 mesi (cioè entro il 30 agosto 2021); 3. a ritiro avvenuto, certificato da osservatori internazionali con il compito di vigilare che il territorio afgano non sarà usato contro la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati, i Talebani inizieranno negoziati intra afgani; 4. permanente cessate il fuoco intra afgano con negoziati che riguarderanno le sue modalità applicative connesse al raggiungimento di un accordo sul futuro assetto politico dell’Afghanistan con l’impegno delle parti a considerare i 4 capitoli come un tutt’uno nel senso che la violazione o non applicazione di una clausola equivale alla violazione o non applicazione dell’intero trattato.

Due osservazioni sui passaggi sottolineati.

In base a quale autorità o procura gli Stati Uniti parlano di cose che riguardano decisioni politiche degli alleati e dei loro governi e parlamenti che non sono stati né associati alle trattative né consultati preventivamente?

Con quale autorità ed in base a quale diritto gli Stati Uniti interferiscono in questioni interne afgane menzionando la necessità di negoziati inter afgani per il futuro assetto politico del paese?
Si dirà che i Talebani hanno accettato queste formulazioni, quindi nulla quaestio, ma a loro interessava esclusivamente la cacciata delle forze militari straniere occupanti e la conquista del potere. Una volta conseguiti questi due obiettivi considereranno il trattato obsoleto e altrettanto faranno gli Americani.

I Talebani perseguono il riconoscimento internazionale, già ottenuto da vari Paesi, indipendentemente dall’atteggiamento degli Stati Uniti, e di essere rappresentati all’ONU.

Considerato che il nemico principale numero uno degli Stati Uniti e dei Talebani stessi è l’Isis, fucina del terrorismo internazionale, all’America converrebbe riconoscere l’Emirato ed instaurare rapporti di collaborazione al fine di difendersi meglio dal terrorismo, associando a questo clima i paesi dell’area che condividono lo stesso obiettivo e cioè la Turchia alleato Nato, il Pakistan tradizionale alleato degli Usa, l’India, la Cina, la Russia e l’Iran, anche se la politica estera americana verso questi tre ultimi paesi non è improntata alla distensione.

Sarà Biden, il comandante solitario, sul cui capo incombono nuvole nere di una pesante opposizione interna con grave perdita di consenso suscettibile di negativi effetti sulle elezioni di “mid term”, capace di far valere la forza della diplomazia ed arrestare il declino degli Usa?

Torquato Cardilli

30 agosto 2021

5 commenti:

  1. Lillo Di Cataldo30 agosto 2021 23:17

    Trump è stato deplorevole in tutto il suo mandato....Biden era un vice è rimasto tale....la sua vice potrebbe essere molto meglio di lui....

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  2. Analisi, che parte dal pieno punto di vista del mainstream, ma che poco si addice ai fatti reali.
    L'idea degli USA, che dalla fine della grande guerra ad oggi abbiano sbagliato tutto e risultati sempre perdenti e sconfitti nelle scelte politico-strategiche, mi pare oggettivamente opposta ai reali avvenimenti.
    Al contrario, l'egemonia che gli USA hanno esercitato e che ancora esercitano, non solo sull'Europa, sul sud America, Africa e parte dell'Asia è evidentissima. Sono infatti, sempre loro a determinare scelte politiche, istituzionali ed indirizzi economici.
    Come pure in medioriente, dove attraverso i suoi principali alleati Qatar, Arabia Sauduta e Turchia, ha potuto destabilizzzare l'intera area, per poterne prendere il controllo.
    Ciò che viene sottovalutato, è invece l'enorme forza dell'opinione pubblica americana, unico vero potere temuto dalle amministrazioni di Washington.
    L'autore dell'articolo, parte dal presupposto che la versione ufficiale sul crollo delle Torri Gemelle sia corretta, qualificando l'attentato, come una azione realmente determinata da terroristi facenti capo a Bin Laden, personaggio che poi per questo sarebbe stato punito con la morte, guarda caso, proprio in Pakistan, paese in cui si sarebbe nascosto dagli americani, senza che la CIA ne sapesse esattamente niente!
    Dando anche per scontato, che ad abbattere le Twins Towers e Tower 7, siano stati davvero dei terroristi di Al Qaida così come raccontato.
    Invece, nel silenzio generale, i familiari delle vittime di quelle torri, hanno impiantato causa contro l'amministrazione di Washinton, per aver mentito su questo, ponendo domande sulla assoluta incongrenza della versione ufficiale alla ricerca della verità, al fine di dimostrare, che quei crolli furono progettati e messi cinicamente in atto dalla CIA, per indirizzare l'opinione pubblica in favore dell'intervento armato in Afghanistan.
    Parliamo quindi, chiaramente di un auto attentato e non di opera di terroristi.
    Quanto alla sconfitta, degli americani in Afganistan, da tutti pompata sui mainstream, è invece ragionevole pensare, che la conquista dei talebani è solo parte del disegno USA per ritornare in quel paese, da dove è stato costretto a ritiro, proprio dalla fortissima pressione dell'opinione pubblica americana da sempre contraria.
    Non è da escludere, che negli USA, già da tempo si stiano preparando le condizioni per riprendere possesso del medioriente,non appena l'indignazione interna lo permetterà.
    Per far questo, occorre un memico vero, che certo non poteva essere rappresentato dal precedente governo afgano, bensì dagli attuali inquilino di Kabul.
    Altro che sconfitta!

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  3. C'è qualcosa di strano in tutto questo. Chissà quali sono i motivi reali per una resa così devastante.

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  4. Franco La Spina1 settembre 2021 15:13

    Ma l'impero romano avrebbe dovuto arrivare fino ai giorni nostri ? E l'impero yankee non è durato anche troppo ?

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  5. Yutto vero, ritengo però che l'america sia stata ed è ancora la più grande democrazia al mondo.Non dimentichiamo quanto hanno dato, anche in termine di vite, oltre che economicamente e quanto siano stati accoglienti e generosi.

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