giovedì 3 gennaio 2013

CULTURALI UMANI. CONSERVAZIONE E PROGETTO

Farancesco-Gallodi Francesco Gallo Mazzeo - Cultura sugli scudi. Nelle orazioni, nei dibattiti, nei programmi, nelle prese di posizioni, spesso generiche e inconcludenti, ma, assolutamente, non in quelle pratiche. Per cui non si può dire che tutto vada bene, nel migliore dei modi possibili.
La risposta non può essere univoca, ma neanche equivoca, nel senso che le luci ci sono e le ho in parte elencate nel mio precedente intervento e le ombre ci sono eccome e tante volte non è chiara neanche la loro distinzione nel senso che ci si trova davanti ad uno scivolamento reciproco, con un tonalismo malefico, che non lascia fare né analisi esaustive, né sintesi conoscitive. L’accoglienza del mio precedente intervento, messo sotto le insegne di un titolo volutamente “accattivante”, almeno dal mio punto di vista, ha denotato una presenza attiva e intelligente di una netta minoranza e una assenza inquietante dei tanti, troppi addetti ai lavori, che non si sono per niente sentiti chiamati in causa.

Mi sembra che troppa gente sia chiusa nel vicolo cieco del proprio specialismo, rannicchiato provincialisticamente nel proprio involucro, Teatro Massimo Palermouniversitari con gli universitari, teatranti con i teatranti, poeti con i poeti, scienziati con gli scienziati, pittori con i pittori in un bozzolo cellulare in cui ognuno riconosce se stesso e ignora gli altri. Ho sentito delle signore che si occupavano di danza classica (se ne occupavano e un modo per dire che se ne occupano tuttora) affermare che tutto va male perché si danza poco e ho sentito due editori che avrebbero voluto imporre la lettura per legge e tutto questo in un vociare di monologhi ad alta voce, in un grande (si fa per dire) mondo di sordi. Questo perché, stiamo cadendo in un patetismo, che scarta la consapevolezza che il sistema della cultura e un super organismo, di strutture e soggetti, che devono sapere agire in proprio e anche e soprattutto interagire, in cui non si parlano solo gli uni con gli uni e gli altri con gli altri e mai gli uni con gli altri, dopo un gran parlare a vanvera, nei diversi gradi di riforma della scuola, in cui l’interdisciplinarità sembrava un dogma ma era solo una effimera moda, che ha penalizzato le discipline senza avere aperto le strade di una grande coralità dialogica, necessaria per essere un grande società, capace di stare nella propria storia e di progettare il proprio futuro.

Al mio intervento, ha risposto, solo un politico, ma neanche uno scienziato, o un editore o un critico d’arte e la cosa mi è sembrata di una certa gravità, nel Teatro Politeama Palermomomento in cui si progettano rivoluzioni e grandi riforme che hanno bisogno di un grande pensiero elastico e duttile, che nessuno di noi può mettere in campo e quindi ha bisogno, di un grande intellettuale collettivo, nel senso splendidamente gramsciano, che supplisca alle mancanze individuali, con una continua circolazione di idee, di cui qui, nello specifico, non si avverte la necessità. Mancano sia le analisi dei generalisti che gli apporti specialistici. Si avverte la mancanza qualsiasi presenza di una cultura strategica di largo orizzonte, in tutti i campi, ma si avverte anche la mancanza di studi specialistici. Parliamo di teatri, per esempio dei teatri lirici, di quelli di prosa, con tutti che tutti fanno tutto, con generosità, con buona volontà, ma con scarsi risultati. Di alcuni gioielli come il Politeama, non si è trovata ancora una Pietro Carrigliogiusta via e si lascia andare il tempo in una lunga agonia, lo stesso avviene per il Biondo, sempre per rimanere a Palermo, nonostante la carismatica figura di Pietro Carriglio, che tanto ha dato e tanto può continuare a dare. Il Massimo che dovrebbe gareggiare con Milano, Parigi, New York, veleggia in un alto mare senza porto e a Milano Parigi e New York, non se ne parla nemmeno, come se non esistesse.

Da Catania, patria di un grande teatro, lirico e recitativo, patria di Bellini e di Angelo Musco, ma anche di Turi Ferro, Pattavina, Musumeci, Gullotta, Crocetta e Zichichiarrivano echi sempre più sbiaditi: che ne vogliamo fare? La domanda la rivolgo al presidente Crocetta e all’assessore Zichichi, ma anche al sindaco Orlando e al sindaco Stancanelli. Un discorso ancora più grave vale per il Pirandello di Agrigento e per il Vittorio Emanuele di Messina, di cui non si parla solo in termini di inesauribile crisi, ma bisogna parlarne progettualmente, se vogliamo che la Sicilia sia un sistema regionale vero e proprio e non un arcipelago impazzito.

Di una grande eredità storica, come l’Inda di Siracusa e del suo teatro greco, vero patrimonio dell’umanità, in senso figurato e reale, ne vogliamo parlare veramente e non lasciarlo nelle secche di pochi consiglieri comunali, sindaci pro tempore e burocrati eterni. E dell’esperienza del teatro classico dei giovani, di Palazzolo Acreide, a partecipazione mondiale, ne vogliamo fare un evento di tutta la gioventù italiana, oppure ci basta il tocco del Festival dei Giovani Teatro Greco Palazzolo Acreidecaso? Potrei parlare del teatro rivoluzionario nato tra le Case di Lorenzo e le Case di Stefano di Gibellina, con l’Orestea in siciliano, di Emilio Isgrò, che sta attraversando un momento surreale di crisi, dopo la tragedia, che ancora mi strappa lacrime, della morte di Lodovico Corrao. Ma devo anche citare il mastodontico lavoro di Lollo Franco, dei Cuticchio o quello fatto tra Caltanissetta e Palermo da Emma Dante. Vedo che il teatro mi ha trascinato, ne valeva la pena e poi mi lascia spazio per prossimi interventi.

Francesco Gallo Mazzeo
03 gennaio 2013

24 commenti:

  1. Caro Professore,
    il silenzio assordante della politica e dei politici fà venire i brividi (sembra un film horror). Da questo blog tanti appelli accorati sono stati fatti e pertroppo nessuna risposta.
    Così come la Cultura le tante altre emergenze. Si tutto è diventato emergenza e la politica che fà? Proclami uno dietro l'altro faremo, faremo e faremo e oggi?
    Facciamoci promotori di iniziative con incontri, dibattiti, proposte e lettere e cartoline e quant'altro possa servire per far capire che siamo VIVI.
    Con stima.

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  2. Sono d'accordo, dobbiamo farci promotori di iniziative. Dobbiamo mettere insieme un patrimonio di idee, che devono essere spendibili, da un punto di vista generale, di quadro teorico e d'insieme e articolati nei vari settori specifici e particolari:forme e contenuti. Bisogna avere il senso della durata, perchè il danno della politica è grave e non è di facile soluzione.Per cui dobbiammo insistere insistere sul dire, se vogliamo poter passare ad un fare che sia, finalmente, ben fatto.FGM

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  3. Caro Professore Francesco Gallo Mazzeo,
    Ha perfettamente ragione, fa bene a insistere e fa bene a lanciare appelli, al Presidente della Regione, ai Sindaci di Palermo e di Catania ai quali, sono sicuro, ci associamo tutti noi di Politicaprima.
    D'altronde bisogna reagire nei confronti di uno stato in cui il ministro dell’Economia del precedente governo, on.le Giulio Tremonti, per giustificare i tagli di bilancio lineari, diceva che “la cultura non fa mangiare”.
    E così si taglia su cultura e si taglia su innovazioni, che sono le realtà da salvaguardare, perchè da un lato la cultura rappresenta la storia di un popolo,costruita attraverso millenni, su cui poggia la nostra memoria e dall’altro i fondi per la ricerca e le Università, che sono le fucine per i nostri figli.
    E mentre il prof. Gallo Mazzeo, ci introduce, in maniera scrupolosa e, quasi in punta di piedi, in un mondo, quello del teatro (ed io aggiungerei anche il cinema) all’interno del quale ci sono quelle che lui chiama “eredità storiche", bellezze da salvare, in cui vi è la storia millenaria della Sicilia, dall’Inda, salvaguardia del teatrogreco di Siracusa a Gibellina, dal Tetro Massimo, Politeama e Biondo ai bravi e brillanti artisti dei nostri giorni.
    Battiamoci tutti per queste cose e battiamoci affinché siano i buone mani, questo si, toglierli dalle mani di faccendieri senza scrupoli.

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    1. Chi non ha memoria, chi non ha storia, non ha neanche attualità, nel senso che ha una coscienza povera, dimezzata e quindi non ha stile, non ha una vera progettualità, non per una questione antropologica di minorità di qualsiasi genere, ma per un fatto culturale. Prendiamo i casi di Egitto e Grecia e non me ne vogliano gli amici egiziani e greci, ma sono due paesi che non c'entrano niente con la loro storia, lontanissima e senza continuità, interrotta e basta, di cui conservano le pietre, ma non le gestualità, le sensibilità.Due casi di presenti senza storia, per motivi molteplici, ma così è.La civiltà italiana dagli etruschi in poi non ha mai cessato di produrre estetiche, politiche, architetture, innovazioni, che poi sono diventate tradizioni. Ecco perchè dobbiamo essere necessariamente,conservatori e innovatori, innovatori e conservatori, se ci teniamo a noi, alle nostre famiglie, al nostro popolo e anche alle sue leggendarie realizzazioni: per cui se abbiamo quello che abbiamo, anche nel teatro, dai tempi di Eschilo, Sofocle, Euripide e Pindaro e poi nei secoli ne abbiamo fatto una più del diavolo, sono nati tra noi, Rosso di San Secondo e Pirandello. E ora? FGM

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  4. Il tema che il professor Mazzeo lancia sul piatto quotidiano del nostro ‘blog,’ non è affatto di poco momento.
    Tuttavia sembrerebbe essere addirittura un argomento minore poiché se ne parla sporadicamente, fatta salva comunque una certa periodicità che ovviamente coincide con gli immancabili altrettanto periodici tagli che i vari politici demandati ‘pro-tempore’ alle decisioni riguardanti i finanziamenti da destinare al settore, effettuano spesso indiscriminatamente agli incentivi.
    Del resto: occorre aver pazienza!
    Chi può sostenere infatti l’impellenza dei sostegni alla cultura quando non ci sono più fondi per il sociale, per le infrastrutture e di altri ambiti che sembrano essere i capisaldi intoccabili, anche perché almeno alcuni di essi hanno delle ricadute, più o meno immediate, nel campo del lavoro. E, in questo momento, Dio solo sa quanto sia rilevante l’esigenza di soddisfare aspettative occupazionali.
    A mio avviso però ci sfugge come, quella afferente la cultura in genere con i suoi molteplici comparti (beni ambientali, architettonici, arti visive, musica, teatro et cetera), immediatamente collegabili ad essa, e con quegli altri ai quali funge da nobile supporto (per esempio: il turismo), non costituisca un “settore” tra gli altri, ma piuttosto la piattaforma dalla quale il resto si eleva e pertanto da considerarsi come fondamento e pre-condizione di ogni altra cosa.
    ‘Strictu sensu’ direi che essa contiene quelle cellule indifferenziate che poi si articoleranno nelle varie branche dell’agire umano.
    Ma tant’è.
    Le solerti vestali che attendono alla gestione del patrimonio comune, quand’anche, almeno verbalmente, si professassero concordi con gli assunti predetti, troverebbero comunque come distrarre i fondi magari originariamente pensati per la cultura (e che poi trovano invece allocazione tra i misteriosi e molteplici rivoli della finanza pubblica) inventandosi le motivazioni più ardite.
    Ne è riprova immediata e conferma, in assoluta sintonia con quanto magistralmente espresso dal Professore, una “nota” che, neanche a dirlo, proprio oggi ho letto su una diffusa rivista on-line.
    Si diceva infatti che l’attribuzione di fondi al settore culturale costituisce elemento di grande confusione, poiché (cosa che effettivamente ha un certo fondamento) non si possono allocare finanziamenti ad ambiti nei quali è difficile trovare criteri univoci e assolutamente attendibili, e nei quali pertanto si rischia di assegnarli ad enti o strutture scelte secondo gusti e opinioni, appunto, del tutto personali.
    Ma questo – seppur in misura minore – vale anche per tutti gli altri settori… in ogni caso non mi appare che la soluzione sia quella che in genere viene intrapresa, e cioè che, nel rischio di dare qualcosa a qualcuno che non la meriti del tutto, si preferisce non assegnare alcunché. Con questa logica infatti nel tempo non arriveremo che ad avere sul mercato (poiché sempre più di questo si tratta) musica e teatro ed altro che possa essere sovvenzionato soltanto da privati plutocrati.
    Caro amico Mazzeo, mi dispiace davvero ammetterlo, ma sempre più viviamo e vivremo in un contesto rallegrato (si fa per dire) da “nani e ballerine”… con il dovuto rispetto, ovviamente, per i veri nani e le vere ballerine.
    ‘ Sic transit gloria mundi’.

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    1. C'è sempre ben altro.C'è sempre ben oltre.E' una persecuzione eterna che la mediocrità oppone all'intelligenza, per darsi aria di buon senso a buon mercato, di avere la testa sulle spalle, mentre gli altri( i culturali) l'avrebbero tra le nuvole. Già al tempo di Aristofane era così e quindi nessuna meraviglia. A parte che questo mio secondo intervento,mirato parte dalla premessa generale del primo,non si può trattare la cultura come un caffè o un sonnellino dopo i pasti, ma bisogna prenderla per quello che è realmente: la parte consapevole e cosciente di una civiltà. E non si tratta di stanziamenti e di finanziamenti, quanto di conoscere e riconoscere ai patrimoni del sapere, della creatività, dell'invenzione, un ruolo fondamentale, senza il quale sarebbe possibile confondere il contesto umano con un inutile caos di tipo digestivo.Senza una primaria scelta per la cultura, non ci sarebbero nemmeno le ragioni di una economia qualsiasi. Palmiro Togliatti, che di queste cose se ne intendeva, passava mezza della sua giornata di lavoro, di totus politicus, a Contemporaneo,al Calendario del popolo, all'Unità, Vie Nuove, a Critica Marxista e in generale a tutte le attività culturali.Sbagliava? Non credo!FGM

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  5. Tutto quello che ha a che fare con la cultura, come la musica, le arti figurative, le arti letterarie, il teatro nelle sue varie espressione come il teatro di prosa di prosa e quello musicale e coreutico, dovrebbero costituire una sorta di “brodo primordiale”, una zona iniziale, direi le cellule staminali che forniscono il substrato necessario affinchè le varie branche dell’agire umano (come dice molto bene Salvo Geraci) facciano di un popolo un popolo civile, o meglio, facciano sì che un popolo continui ad essere un popolo civile, essendo il mondo della nostra cultura ereditato da un paio di millenni di civiltà.
    Lo sguardo lungo del Professore Gallo Mazzeo, se nel primo dei suoi ultimi due articoli ci aveva riempito di speranza con un elenco consistente ancorchè incompleto delle realtà positive della nostra Isola, come il Comprensorio Barocco di Noto, Palazzolo Acreide, Modica, Ragusa Ibla e poi Gibellina, la Fiumara di Tusa, il Museo del fango, Favara, la Scuola di Scicli, ma anche, e per qualcuno sorprendentemente, una grande azienda coche fa ricerca avanzatissima e brevetti di primordine come la St Microelectronics, in questo ultimo intervento ci conduce per mano verso i punti dolenti dell’abbandono più o meno totale che la nostra classe dirigente sta riservando ai tanti gioielli quali sono i teatri siciliani, a cominciare dei tre grandi di Palermo, quali il Teatro Massimo, il Teatro Politeama e il Teatro Biondo.
    Io aggiungo lo stato pietoso in cui il governo regionale sta lasciando l’Orchestra Sinfonica Siciliana con la drastica riduzione dei fondi erogati, motivo per cui stiamo assistendo ad una stagione sinfonica che, in mezzo a tante difficoltà, è quasi un miracolo che si stia svolgendo, e in maniera dignitosissima per la grande professionalità dei musicisti e nonostante la quasi totale assenza di artisti di grande richiamo internazionale, necessari perché vi sia un “richiamo” in grado di attirare molti spettatori, e non soltanto lo zoccolo duro degli appassionati.
    Concordo altresì, e non potrebbe essere altrimenti, con le giuste osservazioni del Professore sulla troppa gente “chiusa nel vicolo cieco del proprio specialismo, rannicchiata provincialisticamente nel proprio involucro”. Ma voglio anche dire che è l’occasione che crea i gruppi omogenei, e quindi è normale, quasi ineluttabile che gli universitari stiano con gli universitari, i teatranti con i teatranti, etc.
    Il guaio è che ogni gruppo omogeneo diventa come un circolo chiuso al di fuori del quale gli altri nemmeno esistono, e questo perché si considera il gruppo al quale si appartiene come l’ombelico del mondo.
    Il risultato è proprio quello denunciato dal Prof. , cioè una società incapace di “stare nella propria storia e di progettare il suo futuro.”
    Dopo le denuncie, devono venire le proposte, e perciò io prendo sul serio le parole di Ferrandelli nel suo commento all’articolo precedente del Professore, parole che riporto tali e quali: “La cultura e i beni culturali necessitano maggiore attenzione. A mio avviso è opportuno organizzare un incontro per affrontare in maniera dettagliata e sistematica il riordino dell’intero settore”.
    Ecco, con Ferrandelli abbiamo probabilmente l’opportunità di incidere nel vivo dei processi decisionali governativi, e allora diamoci da fare e non perdiamo questa possibilità.

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    1. Caro Pepe, lei ha compreso esattamente quello che volevo dire, nel porre il problema generale della cultura, in tutta la sua dilatazione, estensione e contaminazione e quindi il partire da ciò che esiste e da ciò che è operativo. Purtroppo le discussioni sulla cultura sono spesso generalissime e confusionarie oppure particolaristiche e inconcludenti e da qui il problema di metodo, di porre l'aspetto generale e le articolazioni in modo dialettico e dialogante. Bisogna fare diventare il tema della cultura, da implicito, dove sembra che tutti sappiano di ciò di cui si parla ( ma non è quasi mai vero) ad esplicito, dove si affrontano nodi e questioni. Come vede siamo appena agli inizi di un lungo cammino... Il ceto politico, rispetto a tutto questo, non sembra per niente interessato,o così appare.FGM

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    2. Quando mai il ceto politico si è interessato in maniera pregnante e costruttiva di cultura? Le vere persone di cultura quasi mai diventano soggetti politici, il politico è interessato ad altro che non alla cultura; e quando dico altro intendo dire principalmente soldi, affari e malaffari.

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  6. Caro professore,
    leggo con piacere il suo articolo di denuncia verso una società troppo indifferente all'arte come patrimonio di tutti; così riservata a pochi eletti e disinteressata alle "eredità storiche", che dovrebbero nobilitarla anche nel passaggio alla generazione futura.
    La politica ha ben altro da fare, ma nel piccolo dei quartieri qualcosa si sta muovendo.
    Mi lasci passare questa soddisfazione....
    Nella V Circoscrizione, in occasione delle feste natalizie, ai Cantieri Culturali della Zisa, si è ricordato il nostro concittadino Vincenzo La Scola, tenore di fama internazionale, come lei ben sa, con la partecipazione -in verità inaspettata- di tantissima gente.
    Una sala stracolma, tutti in religioso silenzio!
    Eppure il tempo per preparare l'evento era stato veramente poco.
    Questo sta a dire che la gente, i cittadini, soprattutto quelli che, per proprio costume, e non solo, si tengono "a debita distanza" dal parnaso bene, quando si offre loro l'occasione di accostarsi alla grande arte, alla lirica in questo caso, escono volentieri da casa verso quel luogo della strada accanto, più accessibile e familiare, per godere di un nutrimento tanto necessario all'anima!
    Quella sera molti miei ex alunni erano lì: incantati, commossi,.....assetati! ...Ringraziavano!
    Bisogna intensificare queste occasioni, anche se prepararle costo molto! Ma quando ci si muove bene, soprattutto nel programmare, "discernendo" con sano criterio, e coinvolgendo i buoni nomi dell'arte cittadina (e ne abbiamo!), la gente si avvicina, superando la consueta diffidenza.
    Dopo questo evento, è cresciuta la voglia di esserci...!
    L'arte, la buona arte va aperta alla città, con il contributo di tutti, particolarmente delle scuole, per risvegliare una politica troppo rozza e....troppo sonnolenta!
    La ringrazio vivamente!

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    1. Gentile Fausta, quello che lei scrive testimonia di un grande bisogno di socialità, di dialogo, di partecipazione, che si manifesta tutte le volte buone, in cui c'è qualcuno che si propone, che propone forme di spettacolo,di organizzazione e di divulgazione partecipativa. Anche questa è cultura, anche questa è politica. Si tratta, nel caso specifico, di restituire un senso alla città, di farla sentire a tutti, di tutti. Qui vedo un grande compito della scuola, delle parrocchie, dei convitti, delle palestre, delle associazioni e di tutti quelli che fanno sentire meno soli, quelli che hanno più bisogno di non restare soli ed emarginati. Perchè la cultura è ricerca che sta nei piani alti dell'intelligenza, ma deve essere anche pane quotidiano dell'apprendere e dell'elevarsi.FGM

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  7. Più danno del silenzio fa il provincialismo con l'insiemistica accennata dall'autore. Ognuno con il suo piccolo mondo e nessuno con tutti. Diceva Peppantonio Borgese.... Tempo di edificare!

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    1. Caro Bianca, il provincialismo è una cosa complessa, non facilmente estirpabile. Comunque nasce da una deficienza metodologica di analisi e sintesi, che avvolge sia l'individuo che la società e non ha limiti e confini. Io propongo, per cominciare, di leggere Machiavelli, Guicciardini,Vico, Cuoco... e poi proseguire fino ad arrivare a Pareto, Weber e magari a Bauman. Buona la citazione di Borgese a cui voglio aggiungere il Verga del "Mastro don Gesualdo" e tutto Sciascia.FGM

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  8. Il tema e le argomentazioni esposte nell'articolo mi rimandano ad un mondo che per me trasuda grande nostalgia ed amarezza, insieme a tantissima rabbia. Infatti, da 30 anni ormai lavoro nel ramo della burocrazia regionale che se ne occupa: l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali. Ma soprattutto per 12 anni, dal 1985 al 1997, ho lavorato proprio nell’applicazione della l.r. n. 44/1985 che regolamentava l’erogazione dei finanziamenti (nel periodo oltre 1.000 miliardi di vecchie lire) dei programmi e degli enti ed associazioni che in tutta la Sicilia operano nel settore musicale (sinfoniche, liriche, jazz, popolare e bandistica), teatrale, culturale, restauro degli strumenti musicali di alto valore storico artistico (organi a canne), singole grandi iniziative culturali promosse direttamente dall’Amministrazione Centrale. Mi sono anche occupato del Teatro Biondo, della costituzione giuridica e dell’avvio dell’attività dell’Ente Regionale Teatro V.E. di Messina, nonché dell’ispezione e vigilanza del Teatro Massimo V. Bellini di Catania. Ho conosciuto i massimi operatori e studiosi siciliani (e non solo): il Barone Agnello, il Prof. Titone, Gioacchino Lanza Tomasi, Elsa Guggino, il preside Buttitta, il maestro Garcia, Aurelio Pes, e tanti altri ancora. Dal ’97 volli cambiare settore.
    Scusate tutte queste citazioni. Non voglio fare sfoggio di chissà che cosa. Ho premesso queste cose solo per dire che (forse purtroppo) credo di conoscere abbastanza bene che cosa si muove dietro le quinte di questo mondo descritto, come sempre, magistralmente dall’amico prof. Mazzeo.
    Riassumo in pillole la mia personale esperienza.
    Ho nostalgia per quel mondo (la cultura e la musica) che con dolcezza ed immediatezza ti porta via dalla meccanica quotidianità del vivere per farti entrare nell’anima del mondo dei sentimenti, delle passioni, della bellezza e della ribellione alla brutalità del materiale. Abbiamo numerosi talenti naturali che producono opere d’arte veramente originali, affascinanti, coinvolgenti. Creatori di visioni oniriche più reali della realtà stessa, anzi chiave di lettura della realtà medesima; dunque non solo e non tanto artisti, ma veri pedagoghi dell’umanità. Essi sono l’altra Sicilia rispetto a quella del malaffare e/o del piagnisteo di massa. Anzi, essi sono l’altra Sicilia, quella autentica, maestra di bellezza, di cognizione, di fantasia. Sona la Bella Sicilia.
    Ho però tanta amarezza nell’avere toccato con mano che la Sicilia e i Siciliani, per davvero, non sono secondi a nessuno in Italia e all’estero. Non mancano a loro né programmi, né consenso, né estimatori, né pubblico, e nemmeno soldi. Agli artisti siciliani manca la stessa unica cosa che manca a tutti, a qualunque siciliano: la voglia e il desiderio di essere popolo, nazione, un sol uomo. Siamo individualisti. Ciascuno vuole essere una cometa, la sola cometa della Sicilia, che una volta passata dovrai aspettare chissà quanto prima di vederne un'altra. Nel frattempo, lo sport preferito è dilapidare e sperperare tanto, ma tanto, denaro pubblico ed opportunità.

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    1. Caro Nevone, sull'intelligenza e sulla cultura non si possono avere dubbi, i siciliani ne hanno in abbondanza straripante: i nomi citati, da Lanza Tomasi ad Aurelio Pes, sono lì a testimoniare di talenti, neanche tanto nascosti a cui si possono aggiungere i tanti da me citati, nei vari interventi e gli altrettanti che fanno ressa tra pensiero e penna, per uscire dall'implicito. In questi giorni ho sentito al telefono Bruno Caruso,Vanni Ronsisvalle,Melo Freni, Pino Caruso e qualcuno mi ha portato i saluti di Maria Attanasio, scrittrice notevole che abita a Caltagirone. Ma l'elenco è così potenzialmente lungo da sfiorare l'infinito, per cui è meglio fermarsi. Ma qual'è la capacità di tesaurizzare questi talenti? Quasi zero, quasi zero!FGM

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  9. "Agli artisti siciliani manca la stessa unica cosa che manca a tutti, a qualunque siciliano: la voglia e il desiderio di essere popolo, nazione, un sol uomo. Siamo individualisti. Ciascuno vuole essere una cometa, la sola cometa della Sicilia, che una volta passata dovrai aspettare chissà quanto prima di vederne un'altra."

    Caro Pasquale, con la tua sensibilità, hai colto un aspetto importante, mai rilevato - mi sembra - da alcuno!

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    1. Caro Salvo, gli artisti non possono che essere individualisti, anche narcisisti, perchè sono poetici. A loro tocca fare opere d'ingegno, scoprire nuove realtà. Il compito di creare un sistema tocca alla politica,ai politici e alla società civile tocca dare un impulso a tutto ciò. Purtroppo la politica è una piccola politica e la società civile è troppo frammentaria addirittura, per certi aspetti, precorporativa,il che è tutto dire. Ciò nonostante, dobbiamo continuare a dire quello che diciamo e fare quello che sappiamo fare.FGM

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  10. La Cultura è pericolosa per i potenti al Governo. La Cultura da modo di pensare ed agire, apre gli orizzonti, è pericolosa; dai classici Greci, a Pirandello si colpiscono: il potere, le stratificazioni sociali, si fa autoanalisi del comparto sociale e si fanno venire i nodi al pettine d'idiosincrasie patologiche in tutti i rami. Quindi; la Cultura è da eliminare, ed i luoghi preposti a rappresentarla destinati alla svendita, al miglior offerente per trasformarli in parcheggi, centri commerciali, fast food. Il difficile è riappropriarsi dei luoghi di cultura e della cultura stessa, la dove non si tiene conto dell'immensa miniera Italiana, ancora da esplorare, d'autori validi, per farsi imbrogliare da facili esterofilie, di dominanza americana, che ci propongono l'improponibile. Nessuna Televisione, sia privata che pubblica, mi risulta, abbia sceneggiato: "I malavoglia", "Lumie di Sicilia", "La Luna e i Falò", "La Bella Estate" e l'elenco sarebbe sterminato da Pirandello a Verga a Pavese, dal nord al Sud della penisola da Est ad Owest, Grazia Deledda e tanti altri ancora. Poi l'economia, che ci costringe a non poter godere di un biglietto di Teatro, ma dell'edizione economica e di seconda mano della bancarella. L'aspetto comico di tutta la vicenda è veder sfilare alla prima della Scala, gente che non ha la capacità minima di comprendere, cosa si va a rappresentare, ma ci deve andare perchè fa chic, Politici che si sbracciano per l'ambiente con al seguito o in proprio a sfoggiare pellicce rare e costose, il tutto e la contradizione di tutto. Si capisce lì che lo spettacolo non si svolge all'interno del teatro alla Scala a milano, ma nella sfilata di gente cinica e corrotta che ignora gli operai, esodati, e disoccupati che li contestano all'entrata; ma al dunque; chi li ha votati?

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  11. Caro Pulvino, la cultura è una conquista delle società complesse, la sua elaborazione, la sua diffusione, la sua trasformazione, dipende da una molteplicità di fattori oggettivi e soggettivi.Lo spettacolo, di alto livello, nasce curtense, poi aristocratico e nella modernità diventa democratico. Con l'avvento dei media televisivi e telematici, che hanno trasformato tutto il sistema delle comunicazioni e dello spettacolo, tutto si è trasformato e tutto, sempre più, si trasformerà e siamo solo all'inizio di una infinita rincorsa. Allora si tratta di mantenere in vita la tradizione senza farla diventare un dogma, ma arricchendola continuamente e a partire da essa, innovare sperimentare, coinvolgere.Ci vuole,una grande società e un grande governo!FGM

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  12. Tutto condivisibile; c'è però una frase che avrebbe bisogno di una anche minima spiegazione.
    Domanda: Quali sono i luoghi preposti a rappresentare la cultura svenduti per essere trasformati in centri commerciali, parcheggi e fast food?

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    1. Caro Pepe, non ci sono luoghi eterni per rappresentare qualcuno o qualcosa, tutto è mobile, tutto è transuente; il problema è di bilancio continuo tra ciò che si acquista e ciò che si perde e non è mai facile farlo.Bisogna avere memoria, ma anche capacità di sopportare i cambiamenti che vengono da una dinamica generale anche se non ci piace. Il punto importante è avere progettualità, immaginare il futuro, senza di cui non è possibile nessuna vita reale e nessuna conservazione del passato, ma solo una stanca sopravvivenza. E' necessaria una importante politica culturale, che contamini anche la socialità per non lasciarsi assorbire la legge delle informazioni, che durano un giorno e poi si passa ad altro, che in genere è solo una cantilena suadente dell'effimero.FGM

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  13. La trasformazione continua è l'etimologia della modernità, in una dialettica di conservazione e trasformazione che noi conosciamo..., in quanto conserviamo male e innoviamo pochissimo. Trovo interessante l'idea di fare una conta delle svendite da unificare con i non finiti: questo perchè abbiamo poca dimestichezza con la programmazione, che alla faccia del liberismo, che non funziona da nessuna parte, è più necessaria che mai. Mi pongo una domanda retorica.Cosa abbiamo fatto di nuovo nel campo della cultura che abbia avuto connotati di strutturalità, diciamo negli ultimi venti anni? La risposta è facile: nulla:FGM

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  14. Ho sempre pensato che le politiche culturali siano necessarie per lo sviluppo armonico in una società complessa. Oltre al mio campo professionale di architetto, mi sono occupato di teatro come scenografo, ma soprattutto ho avuto la fortuna negli anni ottanta e novanta di partecipare come consulente e tecnico per la Provincia di Messina ad una stagione culturale esaltante, prevalentemente imperniata nell’attività di promozione e divulgazione delle arti figurative e astratte, organizzando e allestendo mostre di artisti di fama internazionale protagonisti nella storia dell’arte del novecento e tra essi alcuni Siciliani. Questi trascorsi mi son serviti a meglio comprendere questo vasto e sfaccettato mondo della cultura ed ha rafforzato in me la convinzione che essa è il presupposto per affrontare poi tutti i molteplici aspetti di quello che in una parola si definisce come “governo del territorio” (urbanistico, architettonico, sociale, artistico, letterario, economico, ecc…).
    E’ vero che il mondo della cultura si è sempre più avvinghiato su se stesso e ci si parla solo per affinità elettive e corporative. La crisi delle politiche culturali ne ha accentuato la dimensione provincialista del fenomeno, ma io penso che abbiano inciso maggiormente politiche sbagliate di finanziamento a pioggia che non hanno mai puntato alla messa in rete delle attività umane ne tanto meno dei beni culturali più generalmente intesi ed ancor più non hanno valorizzato le competenze e le migliori risorse. Tutto si è compiuto in nome di amicizie e/o di appartenenze politiche e ciascuno ha cercato di coltivare il proprio piccolo orticello .
    Il prof. Gallo cita lo stallo dei principali teatri siciliani, io non mi meraviglio più di tanto se solo si pensa alle nomine nei consigli di amministrazione di persone del tutto prive di conoscenza piuttosto che di competenza specifica. Si è agito solo in nome del colore politico come per un qualsiasi consiglio di amministrazione, senza la pur minima consapevolezza che l’ambito culturale è un settore particolarmente sensibile che presuppone, appunto, esperienza, conoscenza e competenza. Ne è conseguito anche che qualche Soprintendente teatrale nominato non solo non è del settore, ma manifestamente ignorante. Ma dove si vuole andare se si continua in queste logiche? Per non parlare dello spreco di risorse tra i vari Enti Lirici e teatrali in genere. Tante monadi gelose della propria attività esclusiva. Si assiste così che un opera lirica viene messa in scena a Messina ed analoga opera la si trova, magari, nel cartellone di Palermo, con due allestimenti, cast, orchestra ecc… Se si favorissero o si imponessero sinergie di programmazione si potrebbero ottenere allestimenti di maggiore qualità razionalizzando i costi, le risorse umane ed in più si potrebbe garantire una efficace circuitazione degli eventi sul territorio. Ciò vale anche per altri campi delle attività culturali. Maggiori sinergie significa anche favorire l’accesso ad un pubblico più vasto con una politica dei prezzi più contenuti in virtù di un conseguente abbattimento dei costi di produzione e di gestione. Ribadisco quanto scritto in un precedente intervento: per un rilancio della cultura occorre una progettualità innovativa che scaturisca dalla definizione di un piano strategico complessivo. Non credo servano incontri una tantum attorno ad un tavolo come propone l’On. Ferrandelli, per magari affrontare i problemi settorialmente. Occorre coinvolgere tutti i maggiori portatori d’interesse nei vari settori: gli operatori, gli intellettuali, gli esperti, l’imprenditoria migliore e, perché no, anche i fruitori. Partendo dall’assunto che le politiche culturali in Sicilia devono essere la base dello sviluppo economico, sociale, etico e morale, ci si metta tutti assieme per definire un progetto strategico che trovi la sua sintesi negli Stati Generali della Cultura in Sicilia che possa fornire il quadro di riferimento per le necessarie riforme e le conseguenti iniziative legislative del nuovo Governo. La rivoluzione del Presidente Crocetta passi anche da qui.

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    1. Egregio architetto, intanto la ringrazio per la sua attenzione a quanto io vado scrivendo e mi congratulo per la puntualità delle sue prese di posizione, che testimoniano esperienza di qualità e attenzione millimetrica al presente. Ci vuole, certamente, oltre ad una trasversalità culturale, che deve permeare tutto il nostro agire, una politica culturale in senso vero e proprio, come io non mi stanco di sostenere in tutte le occasioni, locali, nazionali e internazionali. Ma purtroppo tranne che occasionali genuflessioni di maniera, non c'è altro da segnalare in tutti i campi, creativi e scientifici, puri o applicati e intanto il tempo passa, potrei dire inutilmente, ma sarebbe poco, in realtà passa, allargando le crepe e aggravando i problemi. Di tutto questo nella campagna elettorale per camera e senato, non c'è nulla, ma proprio nulla, solo sorrisi, generiche idee di cambiamento e demagogismi di destra e di sinistra (ma anche di centro) tra immaturi e ridicoli giovanilismi e senescenti dentiere. FGM

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