martedì 28 agosto 2018

Tutto quello che faremo in Africa, di buono o di cattivo, ci ritornerà indietro

Cuffaro e bimbodi Giangiuseppe Gattuso - “Tutto quello che faremo in Africa, di buono o di cattivo, ci ritornerà indietro”. Così si chiude la lunga interessante intervista di Luca Telese a Totò Cuffaro dal Burundi, uno dei Paesi più poveri del pianeta tra il Ruanda, il Congo e la Tanzania, dove passa parte della sua vita.
Sono parole significative in momento difficile nel quale la questione migranti è così prorompente e segna il futuro di popoli interi.

L’ex Governatore della Sicilia, amato dai suoi elettori come pochi prima, dopo un’attività “politica” vissuta intensamente fin dalla gioventù, ha ormai una vita diversa. Gli anni del carcere, 4 anni 10 mesi e venti giorni, fino al giorno della sua scarcerazione il 13 dicembre 2015, lo hanno profondamente cambiato. Durante la sua lunga permanenza in cella ha scritto tre libri. Li ho letti, li ho molto apprezzati, e ne ho parlato su PoliticaPrima (qui i link per leggerli). Si è pure laureato in giurisprudenza. La sua forza di volontà rara, la voglia di riscatto sincera, la generosità riconosciuta lo hanno portato a spendersi in questa meritevole avventura a favore di popolazioni che soffrono.

Dopo quella terribile esperienza carceraria - dice - “Può sembrare un percorso originale e drammatico. Ma, a conti fatti, oggi ne sono quasi felice. Se tutto questo non fosse accaduto, oggi non sarei in Africa a fare volontariato. Da cattolico devo dire grazie alla Provvidenza”.

CuffaroSi dedica a quei bambini che a tre anni sono già considerati in grado di sopravvivere perché “se non mettiamo fuori dalla porta quelli di tre anni, non abbiamo possibilità di salvare quelli appena nati. I grandi almeno possono sopravvivere da soli". Così ha risposto un ministro di quel paese allo stupore e alla domanda di Cuffaro che non capiva come mai a quella tenera età i bambini venissero messi fuori dagli orfanotrofi. E a tre anni lavorano. “Portano l'acqua, tagliano la legna, intrecciano la paglia. Si guadagnano cibo e alloggio. Oppure pescano le rane, e se le mangiano”.

Una condizione sociale difficile, una sanità affidata alla buona volontà di persone che si spendono in ogni modo. Al punto che avendo chiesto aiuto a un'Asl italiana per riparare una tac, l'unica di tutto il Burundi, i dirigenti gliene hanno mandato una usata che già lavora egregiamente mentre in Italia sarebbe stata destinata alla rottamazione. E “fare il medico ogni giorno significa porti il problema se dare una pasticca intera di chinino a un anziano, o se dividerla in due e aiutare due bambini”. Il Burundi è un Paese con due milioni di orfani perchè “le donne concepiscono un figlio ogni nove mesi dai 14 anni di età, finché spesso, al nono o al decimo muoiono, quasi sempre per un parto sbagliato” e il marito “spesso muore pure lui prima dei 50 anni”.

Ma avrebbe anche una potenzialità enorme dal punto di vista agricolo, terre fertili che però non si riesce a irrigare adeguatamente perchè “non hanno pompe, tecnologia ed energia elettrica”.

1524848843992.jpg--toto_cuffaro_in_burundi___cosi_la_nostra_onlus_aiuta_i_piu_poveri_Insomma ecco la questione vera del refrain ripetuto fino alla nausea: <<aiutiamoli a casa loro>>. Un argomento che non viene affrontato mai come si dovrebbe e che si lascia spesso alla buone intenzioni di volontari o di interventi miseri e senza una programmazione precisa. Ma che in questo modo non possono cambiare le sorti di popoli come questo di cui ci parla Totò Cuffaro. E non basteranno le chiusure dei confini, dei porti, e pure i blocchi navali come quello costato la vita a un centinaio di albanesi nel mar Adriatico la notte del Venerdì santo del 1997. Quando la motovedetta albanese Kater I Rades entrò in collisione con una nave della Marina militare italiana. Un’altra pagina nera della nostra recente storia.

La questione migranti, purtroppo, è un tema drammatico e globale che va oltre le miserie d'Europa e dei suoi governi spesso dimostratatisi indegni. Quando la comunità internazionale deciderà di affrontare sul serio il problema sarà sempre tardi.

> Per chi avesse voglia di leggerla, a seguire il testo completo dell’intervista.

Giangiuseppe Gattuso
28 Agosto 2018
___________________________________ di LUCA TELESE

Onorevole Cuffaro, dove si trova adesso?
«A Bujumbura, in Burundi. Ma sto per tornare a casa. In questo periodo vado e vengo dall'Italia, passo sei mesi in Africa e sei in Sicilia».

Dieci anni fa lei era governatore della Sicilia. Sette anni fa senatore della Repubblica. Tre anni fa si trovava a Rebibbia, per scontare una condanna per concorso esterno in as­sociazione mafiosa.«Vero. Può sembrare un percorso originale e drammatico. Ma, a conti fatti, oggi ne sono quasi felice».

Addirittura?«Se tutto questo non fosse accaduto, oggi non sarei in Africa a fare volontariato. Da cattolico devo dire grazie alla Provvidenza».

Lei gestisce un'associazione di solidarietà.«Ho iniziato a lavorare in Burundi perché qui avevano costruito - ai tempi in cui ero governatore - una piccola struttura sanitaria».

E qui è tornato quando ha finito di scontare la sua pena.«È una cosa che avevo deciso durante i giorni passati in cella. Sono ripartito da questa periferia del mondo: adesso gestiamo la più grande struttura ospedaliera di questo Paese. Che poi è anche l'unica».

Perché proprio in Burundi?«Perché è uno dei Paesi più poveri del pianeta. Ci troviamo tra il Ruanda, il Congo e la Tanzania».

Un Paese che ha sofferto enormemente.«Ci sono stati 25 anni di guerra etnica tra hutu e tutsi. Guerra tribale e genocida, combattuta a colpi di machete. È stato un flagello, poi sono riusciti ad arrivare alla pacificazione».

Restano cicatrici profonde, però.«Sa che non ci sono più animali? Sono rimasti i coccodrilli e gli ippopotami, perché in qualche modo considerati in­toccabili. Per il resto si sono mangiati tutto».

Incredibile.«Con i nostri pochi stru­menti economici stiamo pro­vando a rifaunizzare. Portiamo qualche capo con i container dei rifornimenti».

Come arrivano?«Li spediamo dall'Italia. Fanno il giro del mondo pas­sando dalla Tanzania. Avevamo portato anche grano per la semina ma...».

Ma?«La prima volta che lo ab­biamo distribuito, se lo sono mangiato».

Senza seminarlo?«Sì, su tutto ha prevalso la fame».

Terribile.«Abbiamo imparato da questa esperienza che, per piantare un seme in Africa, devi portare un chicco e un agronomo. È un fatto di cultura».

Difficile coltivare?«Al contrario. C'è un terreno fertilissimo in Burundi. Riescono a fare anche tre produzioni sullo stesso terreno in solo un anno. In Africa tutto è difficile ma tutto è possibile».

E l'acqua?«È un altro paradosso di questo Paese».

In che senso?«Hanno una delle più gran­di risorse di acqua dolce dell'Africa perché il confine di questo paese è il Tanganika, un lago grande quanto il Mar Tirreno. Ma non riesco a portarla in paese perché si trovano su un altopiano e non hanno pompe, tecnologia ed energia elettrica».

Industrie?«Da quest'anno ce n'è una in più, piccolina, che abbiamo portato noi».

Voi dell'associazione?«Sì, proprio noi: è la linea di produzione di una fabbrica tessile dismessa di Mazzarino. In Italia è obsoleta: qui farà lavorare trenta quaranta persone. Si può fare tantissimo con quello che per noi è poco».

Mi faccia un altro esempio.«L'adozione a distanza: con 100 euro nella nostra parrocchia si vive, si sfama e si veste un bambino per un anno».

E la sanità?«Le faccio un esempio. Avevo chiesto aiuto a un'Asl italiana per riparare una tac, l'unica di tutto il Burundi».

Ci siete riusciti?«Meglio. Quando ho mandato le foto, i dirigenti mi hanno risposto: "Te ne mandiamo una che rispetto a quella è nuova". Sta già lavorando egregiamente; in Italia sarebbe un rottame».

Immagino che il livello di assistenza sanitaria sia basso.«Le dico solo questo: è un Paese così povero che qui non ci sono nemmeno i cinesi, i nuovi colonizzatori che trova in tutta l'Africa».

Ad esempio?«In Congo tutta l'edilizia è in mano ai cinesi».

C'è una strategia?«Sì, molto semplice: occupano tutti gli spazi che riescono a occupare. È una nuova forma di colonialismo: si muovono senza eserciti, puntano al controllo delle risorse».

Mi racconti una cosa che l'ha scioccata.«Fare il medico ogni giorno. Il primo problema che devi porti qui è se dare una pasticca intera di chinino a un anziano, 0 se dividerla in due e aiutare due bambini».

Cosa l'ha colpita di più?«Scoprire come funziona un Paese con due milioni di orfani».

Figli di vittime di guerra?«No. In Burundi le donne concepiscono un figlio ogni nove mesi dai 14 anni di età, finché spesso, al nono o al decimo muoiono, quasi sempre per un parto sbagliato».

E il marito?«Spesso muore pure lui prima dei 50 anni. In una settimana ho fatto 190 parti».

Ma lei non è un ginecologo!«Siccome non esiste servizio sanitario, le donne del Burundi fanno da sole, tagliando il cordone ombelicale a morsi. Una piccola sutura le aiuta molto».

Dicono: in realtà sono ricchi, arrivano con i cellulari.«Non certo da qui. Nemmeno esiste il cellulare, in Burundi, a parte pochi privilegiati».

Lei è lì per espiare?«Ero convinto di portare speranza, ma sono loro che la danno a me».

E i bambini senza genitori come fanno a sopravvivere?«Al terzo anno di vita li mettono fuori dagli orfanotrofi. È stata una delle prime figuracce da "occidentale" che ho fatto. Parlando con un ministro gli faccio: "È inumano"».

E lui?«Mi risponde: "Se non mettiamo fuori dalla porta quelli di tre anni, non abbiamo possibilità di salvare quelli appena nati. I grandi almeno possono sopravvivere da soli"».

E come è possibile?«Con un po' di solidarietà tribale. E lavorando».

Lavorano a tre anni?«Portano l'acqua, tagliano la legna, intrecciano la paglia. Si guadagnano cibo e alloggio. Oppure pescano le rane, e se le mangiano».

Spesso lei va anche nelle province lontane dalla capitale«Talvolta, ad aiutare i Batua, tribù di pigmei, che sono stati messi in crisi dalla modernizzazione».

Da cosa in particolare?«Dalla plastica. Erano specializzati nella produzione di stoviglie, brocche, piatti, bicchieri».

E cosa è accaduto?«Il commercio è crollato perché i prodotti in plastica costano meno».

Come vivono?«Venti persone in una ca­panna di venti metri quadrati. Non esiste acqua corrente. Ovvio che la cosa che più desidera una madre è che suo figlio scappi».

Dal Burundi abbiamo po­chissimi arrivi in Italia...«Gli viene difficile scappare, per via dei confini naturali».

Cosa pensa degli sbarchi?«Il nodo visto da qui è diverso. Mi sono indignato per il fermo della nave a Catania».

Perché?«La Sicilia è un porto aperto da tremila anni. Chiuderlo è insensato».

Come si rallentano i flussi?«Molti di loro resterebbero volentieri se avessero una speranza. Ma preferiscono mettere i figli allo sbaraglio perché non ne hanno».

Sapendo che rischiano di morire?«Sperano che i loro figli abbiano anche solo la pos­sibilità di una vita migliore. Eravamo immigrati anche noi e avevamo le stesse speranze. Ce ne siamo dimenticati».

Esiste una borghesia in Burundi?«Sì, ed è di una umanità più grande della nostra. Chi ha studiato qui vuole cambiare il mondo».

Ha un rimpianto?«Potremmo fare di più in termini di aiuti. Con 200.000 euro in un anno abbiamo fatto moltissimo».

E la politica?«Hanno un presidente della Repubblica eletto direttamente che con una riforma ha prolungato il suo mandato».

Mi ricorda qualcosa.«Questo è un Paese in movimento. In senso letterale. Camminano tutti. La domenica fanno 40 chilometri per andare a messa».

Ha altri progetti?«Raccogliere più soldi. Il 15 ottobre organizzerò un galà a Palermo per finanziare questi progetti, invitando la più grande cantante del Paese».

Mi racconti una cosa bella.«Non c'è delinquenza. E non solo perché non c'è nulla da rubare. Se sei europeo e ti vedono, ti segue uno sciame di bambini ovunque. Ma se ti cade una monetina ti inseguono per restituirtela».

Mi racconti un pericolo.«L'aggressione islamica. Vedo che si costituiscono tante moschee. Che si predica in mezzo alla rabbia. Le racconto l'immagine più spiazzante? Le magliette del Milan. Uno dei capi più diffusi».

Lei è del Milan.«E infatti ero felice. Solo dopo ho capito che questa diffusione non era dovuta alla simpatia per qualche giocatore di origine africana, ma perché lo sponsor della squadra è il Qatar, con Fly Emirates».

Le regalano?«Esatto. Quelle magliette sono diventate uno strumento di propaganda».

E alla fine cosa pensa di questa esperienza?«Che è decisiva, anche per il nostro futuro. Tutto quello che faremo in Africa, di buono o di cattivo, ci ritornerà indietro».

(Intervista Pubblicata su La Verità del 27 agosto 2018)

14 commenti:

  1. Il cuore di Giangiuseppe e diviso a Metà. Una parte con Totò Cuffaro e con l'umanità sofferente mentre il resto sta con Salvini e la sua bontà d'animo. Cmq meglio mezza iena che tutta iena.

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  2. Ma è lo stesso Cuffaro che ha sostenuto Musumeci quello di Pontida?

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  3. Totó Cuffaro è rimasto, coerentemente e convintamente, legato ad una concezione della politica che è stata archiviata dagli italiani e consegnata alla storia, nel bene e nel male, (secondo me più per il male che per il bene). Ecco perché mi sento politicamente lontanissimo dalle sue posizioni. Avendo conosciuto l’ex presidente della regione, peró, posso dire a ragion veduta che egli crede davvero nei valori della solidarietà e la sua scelta di aiutare l’Africa, curare i bambini e sostenere la loro causa è sincera e convinta. Detto questo rimane l’amara considerazione che gli aiuti alle popolazioni che soffrono per la mancanza di beni indispensabili come l’acqua, il cibo, le cure mediche devono essere affidati unicamente alla sensibilità e al cuore dei volontari, mentre continuiamo a registrare l’indifferenza di istituzioni statuali e pubbliche che potrebbero (è il caso di dirlo), aiutarli davvero a casa loro. Preso atto che nessun potere pubblico accenna ad un intervento serio e programmato a favore dell’Africa, ci tocca ringraziare un “condannato” che, avendo scontato la sua pena, fa la sua parte per lenire le pene e le sofferenze degli ultimi della terra. Attendiamo fiduciosi che anche gli incensurati facciano la loro parte.

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  4. Una testimonianza che mi è piaciuto molto leggere. Al di là delle posizioni politiche e della vicenda personale, che nonostante la condanna, devo dire, non mi ha mai totalmente convinto, a Cuffaro, credo che vada riconosciuto almeno la coerenza e ed una umanità non certo nata con il carcere. Lui, gli africani, ha liberamente scelto di aiutarli a casa loro, dove serve di più e gli fa onore.

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  5. Cuffaro da quanto lei dice sembrerebbe un moderno Paolo di Tarso. Più che fulminato sulla via di Damasco, accecato il quel d'Africa.
    Comunque noto che Gattuso, forse, e ripeto forse, ha capito che non è l'accoglienza indiscriminata la soluzione al problema.

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  6. Peppe Barbaccia29 agosto 2018 10:20

    Speriamo che Totò continui su questa strada e non si faccia venire in mente un giorno di tornare ad occuparsi di politica, gli faccio i miei complimenti !!!

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  7. Totò Cuffaro ha pagato il suo debito con la giustizia e spero di cuore che abbia riflettuto sulla differenza tra il bene ed il male. Se così fosse plaudo alla sua iniziativa volta ad aiutare concretamente popolazioni abbandonate a loro stesse. Sull'aiutarli a casa loro concordo in pieno, bisogna usare il cervello oltre che il cuore. Accogliere tutti senza limiti (se questa si può chiamare accoglienza!) è veramente impossibile. Intanto non siamo in condizione di aiutare degnamente, e poi sarebbe come voler svuotare il mare con un ditale...

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  8. Giangiuseppe, sei una persona onesta

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  9. "Aiutarli a casa loro": tutti lo dicono, nessuno lo fa.

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    1. Giusto!
      Noi cominciamo a fare la nostra parte. Come?
      Ecco:
      1) non andare appresso alle mode;
      2) evitare di consumare inutilmente, ossia acquistare cose od oggetti che non sono necessari alla vita;
      3) fare risuolare le scarpe anziché comprarne i nuove, lo stesso per giacche, pantaloni, etc.;
      4) non usare i social;
      5) consumare cibi nostrani;
      6) evitare inglesismi e parlare in italiano;
      7) non bere coca cola et similia;
      8) andare il più possibile a piedi ed evitare al massimo l'uso di mezzi;
      9) ridurre al massimo il consumo delle utenze;
      10) non guardare la televisione.
      Con una bella mazzata alle multinazionali e, di conseguenza, al turbocapitalismo, vedrà che le cose cambieranno.

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  10. Franco Scancarello30 agosto 2018 12:22

    COSI' MI PIACE GIANNI, PARLIAMO DEGLI ARGOMENTI CHE CI UNISCONO NON SOLO DI QUELLI CHE AL MOMENTO CI DIVIDONO!!!

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  11. Silvio Barbata30 agosto 2018 12:24

    Quello che ritengo insopportabile, rispetto al tema, è come sia difficile allontanarsi dai preconcetti; un'argomentazione rigorosa devi partire da premesse non da preconcetti. Che sia un "tema drammatico" è un'ovvietà, sottolinearlo è risibile. Deresponsabilizzare gli Africani, per una sorta di "paternalismo" demagogico, è quanto di più sbagliato si possa fare, altrettanto sbagliato è dare sempre la colpa all'Occidente tout court...l'articolo è di una banalità inquietante, che tenta una colpevole e capziosa deformazione della realtà confondendo "le conseguenze" con le cause. Non offre alcuna soluzione concreta usando sarcasmo rispetto a un'affermazione"aiutiamoli a casa loro" che invece è sostanzialmente assolutamente vera: ricordiamo il rigoroso ragionamento di papa Benedetto XVI: "prima del diritto a emigrare bisogna garantire il diritto a rimanere nella propria patria". Poi la cosa più mistificatoria e la frase: "E non basteranno le chiusure dei confini, dei porti, e pure i blocchi navali"...cosa vuol dire? QUALI SOLUZIONI OPERATIVE SI PROPONGONO? Cuffaro va in Burundi, ammirevole, ma vuoto di contenuti.
    P.S. ricordiamo che la Cina si sta comprando l'Africa pezzo a pezzo, ma nessuno parla a riguardo "picchì si scantanu"!!!

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  12. Giangiuseppe sente aria di disastro. Capisce che con Di maio e Salvini ci aspetta la catastrofe e quindi si ricorda del vecchio e buon Totò. Usato sicuro.

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  13. Ecco il solito anonimo
    magi suspicione prospexi, nei panni del supremo mago Zurlì, che seduto davanti alla palla di vetro, ansioso di leggervi sciagure, sconquassi, tragedie, cataclismi e l'apocalisse, nella speranza di veder risorgere i propri abietti idoli. La vedo difficile, da Lazzaro ad oggi non è mai più successo.

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