venerdì 22 maggio 2026

NAZISRAEL

di Torquato Cardilli - L’antisemitismo è una piaga cresciuta nelle società occidentali, che a intervalli si manifesta in varie parti del mondo in forma violenta. Tale colpa non può essere attribuita agli arabi che sono anch’essi semiti.
L’antisemitismo non va confuso con la critica al sionismo messianico del Governo di Israele che rivendica il possesso di tutta la Palestina, come lascito divino secondo la Bibbia. Israele vorrebbe che quella assegnazione fosse riconosciuta dall’intera umanità, contro ogni regola di convivenza internazionale, contro il diritto codificato nella carta dell’ONU, contro i principi di umanità attraverso lo sterminio, l’espulsione, la sottomissione dei palestinesi che lì vivono da duemila anni.

Del resto, le otto crociate cristiane, vere spedizioni militari indette dal papato tra il 1095 e il 1274, avevano l’obiettivo principale di conquistare la Terra Santa sottraendola ai musulmani che la governavano, non certo agli ebrei sparsi nel mondo, per crearvi dei regni cristiani e liberare il Santo Sepolcro. La più autorevole testimonianza ci fu offerta da san Francesco che nel 1219 si unì alla quinta crociata per predicare il Vangelo e incontrare il Sultano Malik al-Kāmil come simbolo universale di pace e di incontro interreligioso.
Dopo la Seconda guerra mondiale, tutti hanno aperto gli occhi, anche quelli che non avevano voluto vedere, orripilati dalla ferocia nazista che aveva attuato un programma scientifico di eliminazione di tutti gli ebrei in Europa, con ogni sistema che andava ben oltre la spoliazione dei beni, la deportazione forzata, l’umiliazione fisica nei lager, la marchiatura, la tortura, l’inedia, la riduzione degli esseri viventi a larve umane, le fucilazioni, per terminare con lo sterminio della shoah.

Solo allora la coscienza delle nazioni ebbe un moto di compassione, di solidarietà, di slancio, di protezione del popolo ebraico che si era raccolto in Palestina, territorio sotto il mandato britannico, terra maledetta più che santa ,nella quale le prime manifestazioni di terrorismo avevano la firma dei sionisti radicali contro gli inglesi e contro i palestinesi.
Le vicende che hanno portato al ritiro dalla Palestina della Gran Bretagna, alla risoluzione 181 dell’Onu di spartizione di quella regione in due stati, uno ebraico e l’altro arabo, sono troppo note per ripeterle ancora una volta.
Da allora gli Stati arabi rifiutando il dettato dell’ONU, hanno cercato più volte di respingere con le armi gli ebrei considerati usurpatori della propria terra.

Il nuovo stato di Israele dotato di armamenti più sofisticati, contando sul consistente appoggio politico e militare degli Stati Uniti, con un esercito guidato da ufficiali istruiti, portatori della cultura e tecnologia europea ebbe la meglio nelle guerre del 1948, del 1956, del 1967 impadronendosi con le armi del territorio che l’ONU aveva destinato allo stato palestinese.

La successiva guerra del 1973, detta del Kippur, si concluse con un pareggio, interpretato dall’Egitto come sufficiente per aver recuperato il Sinai sottrattogli nel 1967 e riscattato le umiliazioni subite. Così accettò il negoziato di pace con Israele di cui riconobbe formalmente l’indipendenza e il diritto all’esistenza secondo i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
A partire dagli anni ‘80 e ‘90 la società israeliana che aveva avuto l’innesto di ebrei provenienti dall’Urss e dai paesi dell’Europa orientale (basta ricordare che ben sei primi ministri da ben Gurion a Peres erano immigrati dall’ Ucraina, Bielorussia, Russia, Polonia) mutò atteggiamento verso gli arabi di Palestina, dando sfogo alla pretesa messianica di impadronirsi di tutta la terra compresa tra il fiume Giordano e Gaza.
I nuovi ebrei (40% dalla Russia e paesi satelliti e il 7%dalla Polonia) scampati alla repressione nazista, e all’oppressione sovietica esprimevano tutta la sete di rivincita per realizzare il sogno biblico della grande Israele a scapito degli arabi palestinesi.

La frustrazione palestinese nel vedersi negato il diritto all’esistenza di uno stato autonomo di Palestina, il dolore per le ripetute espulsioni dalla terra in cui erano nati, le continue umiliazioni dell’apartheid, finirono per scavare un fossato di rancore antiisraeliano e la proliferazione del terrorismo internazionale rivolto contro i paesi che sostenevano Israele.
Nessuno in occidente ha capito che con le sistematiche violazioni di Isaele del diritto internazionale, con le bombe e i soprusi non sarebbe stato sradicato il terrorismo. Israele ha approfittato di ogni occasione per ribadire, nel silenzio colpevole dell’Europa, la sua pretesa su tutta la Palestina, non curante del fatto che ogni giovane reso orfano, sopravvissuto alla carneficina non aveva scelta diversa se non quella di crescere nell’odio e finire con l’adesione a formazioni terroristiche per vendicare i palestinesi costantemente umiliati, depredati, sfrattati per motivi abietti dalle loro case, dai poderi, dai negozi, dalle tendopoli, assediati per fame, per sete, per medicinali.

È un fatto che le potenze democratiche pur riempiendosi la bocca con cinismo e ipocrisia dei principi sacri del diritto, in concreto non hanno fatto nulla per fermare il massacro di Gaza, il colonialismo brutale in Cisgiordania, l’occupazione del sud Libano.
Non hanno esitato un istante a varare a ripetizione pacchetti di sanzioni contro la Russia per l’occupazione di una piccola fetta di Ucraina, ma hanno fatto finta di niente per i massacri del Medio Oriente e per gli schiaffi continui che Israele affibbiava alla legalità internazionale e alle Nazioni Unite.
Israele si sente impunemente autorizzato nella continuazione della guerra di sterminio e di annientamento come soluzione finale della tragedia palestinese.
Il primo ministro Netanyahu, indiziato come criminale di guerra, e la stretta cerchia dei truci ministri fondamentalisti che si comportano con i palestinesi con metodi che ricordano il sadismo e la ferocia della Gestapo, vogliono l’annientamento di quanti si oppongono alla realizzazione del grande Israele come unica potenza politica e militare del Medio Oriente.

Ogni giorno che passa, Israele conferma la sua natura di Stato colonialista, razzista, che sistematicamente ignora le risoluzioni dell’Onu, che viola quotidianamente il diritto internazionale, che tratta a pesci in faccia tutti gli stati democratici europei, che tradisce gli impegni solenni presi in ogni contatto internazionale da Camp David, a Oslo, a Lisbona, a Venezia, a New York.

Perché l’Occidente, che sproloquia sostenendo a voce la realizzazione dei due stati, ha tollerato senza la minima reazione, anzi con indifferenza, l’approvazione della legge voluta da Netanyahu, con l’appoggio dei ministri estremisti Ben Gvir e Smotrich, votata a schiacciante maggioranza (69 si e solo 9 no) dal parlamento israeliano che nega ogni ipotesi dello Stato di Palestina? Perché si è taciuto sull’approvazione della legge di reintroduzione della pena di morte solo per i palestinesi?
Il diritto internazionale non vieta l’acquisizione territoriale con la forza? O questo divieto vale solo per la Russia?
La nostra Costituzione non vieta ogni discriminazione per sesso, religione, ceto sociale, razza, convinzioni politiche?
Le scene dell’arrembaggio in puro stile pirata delle barche della flottiglia con bandiera italiana in acque internazionali o europee ed il trattamento inumano e degradante (torture, abusi sessuali, pestaggi, ossa rotte, insulti, sputi, reclusione di 40 persone in ogni container, richiamando alla memoria i funesti vagoni) riservato ai volontari pacifici e inermi da parte di sgherri dell’esercito israeliano assomigliano all’umiliazione che i nazisti infliggevano agli ebrei negli anni ’30 del secolo scorso.

Rapire in acque internazionali i volontari della pace, trattati come se fossero cani selvaggi, deve scuotere dalle fondamenta l’immobilismo del nostro Governo dei patrioti, soprattutto considerando che Netanyahu ha voluto congratularsi personalmente con i suoi feroci commandos .
È inutile che Tajani ricorra al vetusto sistema della convocazione dell’ambasciatore israeliano per i soliti convenevoli spacciati per protesta o che chieda le scuse o che scriva all’Europa piagnucolando.
È ora di finirla con la favola che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Oggi Israele è uno stato canaglia e come tale va trattato.

Per le strade di Gerusalemme, Hebron, Ramallah risuona il lugubre urlo nazista “Juden raus”, trasformato in “Arabish raus”. È intollerabile che si continui a gridare ipocritamente all’antisemitismo. La condanna di Israele, guidato da un governo canaglia che ha introitato tutti i sistemi di tortura, di ferocia nazisti con l’aggiunta dell’ipocrisia farisaica, come aveva denunciato due mila anni fa l’ebreo Gesù, non è antisemitismo, ma adesione al diritto internazionale. Israele va fermato e sanzionato. È anche una questione di difesa dell’onore italiano ed europeo.

Torquato Cardilli

23 maggio 2026

8 commenti:

  1. Armando Pupella
    Albert Einstein Premio Nobel per la fisica ebreo nato in Germania. Si trasferì negli USA a causa delle disumane schifose leggi razziali naziste.
    Einstein è famoso anche per I suoi aforismi, eccone uno: Due cose al mondo sono infinite, l'universo e l'imbecillita' umana, ma sulla prima ho qualche dubbio.

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  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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    1. Dispiace molto quando si è costretti a eliminare un commento. Ma Nino Pepe questa volta ha esagerato e, nonostante l'invito del sottoscritto, non ha voluto apportare alcuna modifica.
      Questo è un blog libero e aperto alle opinioni diverse ma sempre nel rispetto delle tesi altrui che possono e devono poter essere confutare se se ne ha la capacità.
      Alla prossima

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  3. ci ha messo un bel po' di giorni per partorire quattro righe piene di insulti, senza indicare la minima prova delle presunte falsità.
    Vada a studiare prima di commentare cose di cui non conosce nulla

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  4. Caro Nino Pepe, spiace moltissimo leggere il tuo "commento" che, oltre alla pesantezza ingiustificata delle parole, non rispetta da nessun punto di vista le regole minime di civile convivenza e rispetto delle tesi esposte dall'autore. Su PoliticaPrima vige la regola della libertà d'espressione e chiunque può scrivere ciò che pensa di un dato argomento. Ma c'è sempre il limite della decenza e della veridicità di ciò che si scrive. Quando si legge e non si condivide nulla di un articolo basta avere la forza, le conoscenze e l'onestà intellettuale di confutare ciò che si ritiene falso. E, principalmente, di farlo con adeguate prove documentali senza in alcun modo offendere l'intelligenza e l'onore altrui.
    Infine, mi piacerebbe sapere a chi vorresti "segnalare" l’articolo e perché e come vorresti denunciare l’autore.
    E poichè vorrei evitare drastiche decisioni, attendo pazientemente una tua risposta.

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  5. Condivido il punto di vista dell’autore, basato su un’analisi storica accuratissima.

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  6. Sinceramente non capisco commenti che definiscono falsità dei fatti storici ampiamente documentati e inattaccabili.
    Ciò che colpisce è la posizione politica scelta, il cui unico scopo è la contestazione a prescindere, indipendentemente dai fatti.
    Prima di parlare di "orrende falsità storiche", sarebbe opportuno indicare quali sarebbero, altrimenti si può parlare solo di ottusa avversità a dispetto della verità.
    La Shoah, il Mandato britannico, la Risoluzione ONU 181 del 1947, le guerre del 1948, 1956, 1967 e 1973, la mancata nascita di uno Stato palestinese, l'esistenza di correnti nazionaliste e religiose israeliane contrarie alla soluzione dei due Stati, le critiche rivolte all'attuale governo israeliano da una parte della stessa società israeliana: sono fatti. Li si può negare, ma rimangono tali a dispetto dei negazionisti.
    Si può discutere del fatto che alcune sue valutazioni siano parziali. Ma sostenere che l'articolo sia semplicemente "pieno di falsità storiche" senza indicarne una sola non è una confutazione: è uno sfogo.
    La differenza tra un dibattito serio e la propaganda sta proprio qui: chi contesta un'affermazione porta prove e argomenti a smentita; chi si limita agli insulti diventa soltanto portatore di rabbia dettata da una dimostrata ignoranza dei fatti reali.
    Si parla della mancata nascita di uno Stato palestinese, della crescita costante degli insediamenti, delle posizioni di esponenti estremisti sionisti come Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, ampiamente documentate e sotto gli occhi del mondo.
    Personalmente trovo sconcertante l'ostinazione di alcuni "israeliani" di casa nostra, che si credono più israeliani degli israeliani di Tel Aviv, che al contrario condannano nelle piazze l'arroganza e i crimini commessi dagli estremisti sionisti al governo.
    Leggo anche il solito commento letto ovunque:
    "Einstein è famoso anche per I suoi aforismi, eccone uno: Due cose al mondo sono infinite, l'universo e l'imbecillita' umana, ma sulla prima ho qualche dubbio."
    Non posso che essere più d'accordo con Einstein, ma penso che chi lo riporta dovrebbe dotarsi di uno specchio e rifletterci, anìzichè dare dell'imbecille agli altri.
    Qualcuno dovrebbe spiegarglielo.

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  7. Negare i crimini di guerra di Netanyahu contro il popolo palestinese vuol dire non aver rispetto delle persone inermi massacrati. Lo scomparso Edgar Nahoum, noto con lo pseudonimo di Edgar Morin, eminente sociologo e filosofo francese di origine ebraica sefardita ha affrontato la causa palestinese con una lunga, profonda e spesso controversa analisi critica del conflitto israele-palestinese, mantenuta per tutta la sua vita. I punti chiave del suo pensiero sui palestinesi includono la critica radicale allo Stato di Israele. Nel giugno del 2002, Morin pubblicò sul quotidiano Le Monde un articolo intitolato "Israele-Palestine: leçons d'une tragédie" (Israele-Palestina: lezioni di una tragedia). Nel testo definì la condizione dei palestinesi come vittima di una ghettizzazione e di un processo paragonabile all'apartheid, sostenendo che la tragica storia del popolo ebraico e la Shoah avessero purtroppo generato l'attuale tragedia del popolo palestinese. L'accusa di antisemitismo, le vicende giudiziarie e le parole forti utilizzate nel 2002 provocarono reazioni roventi. Morin fu persino accusato di antisemitismo e trascinato in tribunale da alcune associazioni ebraiche. Dopo una condanna in primo grado per diffamazione razziale nel 2005 (annullata nel 2006 dalla Corte di Cassazione), la controversia divise l'opinione pubblica francese sul confine tra critica politica a Israele e odio antiebraico. Per Morin, ebreo laico e universale, la condanna della politica di occupazione e colonizzazione israeliana non significava negare il diritto di Israele a esistere. Ha sempre auspicato una soluzione che garantisse pari diritti, dignità e cittadinanza sia agli israeliani che ai palestinesi. Di fronte alle drammatiche recrudescenze del conflitto, il sociologo ha sempre denunciato la logica della vendetta, la violenza sui civili e la deriva del nazionalismo integralista.Il suo percorso intellettuale, che riflette l'intera questione ebraica e mediorientale, è riassunto nel suo libro Il mondo moderno e la questione ebraica.

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